ILENA AMBROSIO | 14 Novembre 1951: l’alluvione del Polesine. Una catastrofe inaspettata – come sempre è l’irruenza della natura ribelle – che provocò 100 morti, la distruzione di 700 case e 200mila senzatetto. “La guerra di sterminio che il Po dichiara alla sua gente” si sente in un video dell’archivio Luce. Una intera popolazione costretta ad abbandonare le proprie case a scegliere cosa salvare delle proprie cose, delle proprie vite…
Come lo si può raccontare e far comprendere questo strappo?

2021: Una giovane donna, alla fine di una relazione, di fronte alla sua valigia dell’addio, quella di una vita finita male e all’angoscia di dover decidere cosa di quella vita valga la pena metterci dentro: Da cosa comincio? Come faccio a scegliere cosa portare e cosa no?
Un altro strappo.

È nell’intreccio e poi nella sovrapposizione tra queste due livelli, narrativo e cronachistico da un lato, autobiografico dall’altro, che Matilde Vigna colloca il suo primo lavoro da autrice Una riga nera al piano di sopra realizzato con l’appoggio e la fiducia di ERT e andato in scena al Teatro delle Moline di Bologna.

In una scena spoglia – voluta fortemente spoglia, ci racconta l’artista – c’è solo un parallelepipedo a supportare l’azione, facendo da panchina, da palco, da tetto, da fiume tracimante persino. Dietro, un fondale nero; davanti, l’interprete nel bel trench rosa antico pensato da Lucia Menegazzo. Nell’asciuttezza di questo spazio però i due percorsi narrativi si delineano vividamente, inglobati in due bolle sceniche e interpretative ben distinte. Voce amplificata, luminescenze essenziali ma icastiche a colorare il fondale (disegnate da Alice Colla), l’articolata partitura di musiche, rumori ambientali e voci off del progetto sonoro di Alessio Foglia, una studiata coreografia del gesto e del movimento: il racconto del Polesine prende forma nel segno di una commovente ma mai patetica drammaticità e in una performatività del fare e del dire nella quale la Vigna, forte dell’esperienza dell’Aminta latelliana, è evidentemente padrona di ogni vibrazione vocale e sfumatura espressiva.

Cut e siamo di fronte a una vera e propria stand up: Matilde racconta sé stessa, il trasloco, le valigie, il ritorno dai genitori, il mutuo per una nuova casa, alternando in un ritmo godibile ironia, sarcasmo, comicità, misurato e, anche qui, mai patetico sconforto. Una versione spigliata, ilare e spontanea dell’attrice, inedita – anche per sé stessa, ci ha confessato – ma assolutamente credibile e coinvolgente.
Matilde Vigna attrice conferma il talento per il quale è oramai una delle interpreti più apprezzate della scena italiana e che, in questo assolo, si sprigiona con una incantevole energia.

Ma è la Matilde Vigna autrice a sorprendere. Alle origini della scrittura il corto circuito tra due contingenze: da un lato il settantesimo anniversario della catastrofe del Polesine, dall’altro la fine di una relazione, l’abbandono della propria casa e il rifugio in un teatro per settantasei giorni (l’esperienza di Zona Rossa al Bellini di Napoli). Lo studio intenso dei documenti dell’alluvione, le interviste ai superstiti e alle loro famiglie, il desiderio di rendere in qualche modo omaggio alla propria terra; e poi la delusione sentimentale, lo sconforto; oltre alla frustrazione dell’artista per l’interruzione forzata del proprio lavoro.
Tutto si riversa in un testo equilibrato, che tocca tanto le corde del poetico, del drammatico e del visionario, quanto dell’ironico e del comico, senza mai indugiare più del necessario su ciascuna di esse. Un testo che gioca sulla vaghezza di echi testuali, emotivi e visivi tra le due parti – Grazie dei fiori, La pioggia che Dio la manda, Una donna adulta aggrappata a… qualcosa – e che accarezza una certa letterarietà nel suo ricorrere sovente ad anafore, anastrofi, consonanze così da creare una rete anche lessicale che tiene coerentemente unito lo scorrere delle parole.
Perché questo è un testo che gioca, soprattutto, su un ritmo incalzante, la cui energia corre vorticosamente tra quelli che, sulla pagina, sono veri e propri versi.
Si accumulano, allora, le parole, come se avessero urgenza di uscire, di fluire come senza mediazione, senza freni. 4 mutande / 4 paia di calzini / 2 reggiseni / 2 canottiere… tutti i trucchi / spazzolino elettrico / spazzolino normale… i murales della Sardegna / Einstein con la lingua fuori… I dettagli del quotidiano, quelle piccolezze che improvvisamente acquistano valore quando bisogna separarsene hanno il potere di rendere da subito familiare la Matilde “personaggio”, suscitando empatia, sim-patia, immedesimazione.
Ma poi: Sacchi di iuta riempiti di sabbia / riempiti di terra / riempiti di tutto /Sacchi dappertutto… Sacchi / Preti, suore / La pela dalle mani / Sacchi / preti, suore… Prendi / Sposta… Al piano di sopra / cani e gatti abbandonati / al piano di sopra / il fieno la legna / la farina da polenta / i mobili / al piano di sopra /lavorare incessantemente… L’incalzare delle parole e delle immagini che raccontano il Polesine è l’incalzare dell’acqua, del fango, del tempo che corre e impone di sbrigarsi, di scegliere, di decidere di scappare con tutto quello che si ha / con quel niente che si ha.

Ma non è, questo, uno scorrere disordinato, bensì perfettamente significante l’incalzare di una vita, di un destino o di un caso che vanno oltre di noi e oltre la nostra volontà: Ma io ora inizio un po’ a percepire… / LA DISPERAZIONE / di ricominciare tutto da capo / È  questa sensazione / che il tempo mi sfugge dalle mani / che inizia a essere / troppo tardi… / Ma l’unica soluzione è andare avanti, muoversi, cambiare.
Ecco il nodo, il punto in cui si incontrano le vittime dell’alluvione e una donna che deve ricominciare da capo la sua vita; in cui si incontra chiunque debba scegliere – che poi è davvero una scelta se devi farlo? – cosa lasciarsi indietro, arrendendosi al fatto di non poter controllare il corso delle cose. Ecco, ancora, lo sconvolgimento del Covid che faceva da sfondo alla scrittura ma ecco, oggi, la guerra in Ucraina, le guerre tutte, la catastrofe ambientale…

Una tragedia come quella di un’alluvione e il disagio di una donna che, in fin dei conti, ha una famiglia dalla quale poter tornare, una banca che le accende un mutuo, la vita ancora da poter vivere: imparagonabili, di certo. Sul piano della realtà, almeno. Ma poi – e la stessa artista se ne è resa conto a posteriori –  si coglie l’analogia di uno strappo che, sul piano psicologico ed emotivo, non conosce “classifiche” di gravità: il lasciare, il dover andare, il dover ricominciare rappresentano un trauma che l’animo umano affronta in tutte le circostanze allo stesso modo, con la di-sperazione, la perdita della speranza di poter recuperare la propria vita. Per l’individuo che in quel momento lo vive non conta trovarsi nel mezzo di un’alluvione o sotto una pioggia battente con valigie, zaini e borsette pieni delle cose di una vita finita male. In quel momento una donna adulta attaccata a un albero è davvero simile a una donna adulta aggrappata a un pacco di patatine: entrambe sentono di aver perso tutto e si ancorano a ciò che possono per non lasciarsi andare.

Racconta questo Matilde Vigna con sincerità ed entusiasmo ma anche con una nuova  – perché raggiunta proprio grazie alla scrittura – e più salda consapevolezza, priva di false modestie, sul proprio valore e sul valore del fare teatro: “Ho scritto nel periodo in cui si parlava dei lavori essenziali e utili… magari noi teatranti non siamo essenziali però io sono brava e quando lavoro bene vedo che alle persone cambia qualcosa, che è comunque un bel regalo anche se non è essenziale”.
E Matilde Vigna sa di averlo davvero fatto un regalo: a sé stessa dandosi l’opportunità di reinventarsi affondando la punta della penna in un dolore; alle sue origini, cui solo con la distanza è riuscita a dare valore; agli abitanti della sua terra che le mandano doni e testimonianze ma anche ai giovani che le confessano di aver scoperto la meraviglia del Polesine grazie al suo spettacolo. Un regalo a chi fino a ora ha potuto apprezzare la sua bravura in scena ma anche vedere il sorriso sincero e davvero gioioso e soddisfatto che regala al pubblico durante gli applausi.
E questo non è essenziale?…

UNA RIGA NERA AL PIANO DI SOPRA

di e con Matilde Vigna
dramaturg Greta Cappelletti
progetto sonoro Alessio Foglia
disegno luci Alice Colla
costumi Lucia Menegazzo
aiuto regia Anna Zanetti

voce registrata Marco Sgarbi
direttore tecnico Massimo Gianaroli
fonico Manuela Alabastro
elettricista Sergio Taddei
oggetto di scena realizzato nel Laboratorio di ERT / Teatro Nazionale
scenografa decoratrice Ludovica Sitti
produzione ERT / Teatro Nazionale

Si ringraziano Bruno De Franceschi, Massimo Vigna, Anna Paola Fioravanti, Adriana Malaspina, Luciano Trambaiolli e tutti coloro che ci hanno raccontato la loro storia

foto di scena e ritratti Mario Zanaria

Teatro delle Moline, Bologna
27 marzo 2022