ELENA SCOLARI | Walid Mansour è libanese e soffre di insonnia. Nella sua casa in Francia, nottetempo, si alza, cammina, traffica, beve un bicchiere d’acqua, naviga su internet. E una notte finisce sul sito del Guardian, dove trova un articolo sull’incredibile storia di Simon Frank, un ebreo polacco sopravvissuto ai campi di concentramento e trasferitosi in Argentina dopo la liberazione. L’articolo accenna, senza dettagli, al fatto che Frank ha voluto ricostruire Varsavia, la sua Varsavia, nel villaggio di Coronel Sivori, finendo per coinvolgere tutti gli abitanti. Forse perché è notte e non ha nient’altro da fare, Walid si incuriosisce, cerca di più in rete ma rimane insoddisfatto.
Continua a pensare a questa storia, forse inconsapevolmente ha anche bisogno di una scusa per cambiare aria e così parte per l’Argentina, lasciando a casa la moglie e il figlio piccolo, più stupiti che allarmati. Il viaggio doveva durare pochi giorni ma Walid finirà per rimanere sei mesi a Sivori.

Questo è l’antefatto di La obra, lo spettacolo scritto e diretto dal regista argentino Mariano Pensotti e presentato nel cartellone internazionale del festival Presente Indicativo organizzato in queste recenti settimane dal Piccolo Teatro di Milano e di cui PAC ha già dato conto nella prima parte del diario.
Il prologo è raccontato in francese dal regista teatrale Mansour interpretato da Rami Fadel Khalaf, mentre si trova all’interno della scenografia, un semicilindro aperto e girevole che ruota, lentamente, per tutta la durata dello spettacolo. Nella prima parte dentro c’è lui e fuori c’è il villaggio di Coronel Sivori e tutti i personaggi che lo abitano e che, in spagnolo, raccontano e inscenano il progetto visionario e un tantino ossessivo, in cui Simon Frank li ha immersi dal 1964 al 2004.

ph. Nurith Wagner-Strauss

Il sopravvissuto che arriva al villaggio, come sempre avviene, desta iniziale diffidenza ma è estremamente gentile con tutti e presto saprà farsi voler bene. In paese si sparge la voce che stia combinando qualcosa, costruisce cose con il legno, raccoglie materiali di scarto, è affaccendato intorno a un progetto di cui nessuno sa nulla. Tante insistenze varranno finalmente una risposta: Simon vuole ricostruire la casa di Varsavia dove viveva, proprio l’edificio, lì, a Sivori.
A tutti i sivoriani l’idea di simulare la Polonia nella pampa argentina sembra quanto meno bizzarra ma ormai vogliono bene a Simon e, pur non capendo fino in fondo, intuiscono una ragione fatta di umana nostalgia e accettano di aiutarlo in questo gioco di edilizia falsificatoria.
Quando i primi elementi di quella Polonia traslocata saranno pronti, Frank comincia a narrare della sua vita passata ai vicini che lo vogliono ascoltare; dagli stessi si fa anche aiutare ad ampliare la ricostruzione, altre case si aggiungono, diventano un quartiere e così i personaggi della vita di Simon aumentano e lui non può più fare tutto da solo, ha bisogno di attori. E, siccome a Sivori non ce ne sono, saranno i cittadini a diventarlo: l’intero villaggio sarà il cast di uno spettacolo dal titolo La obra.
La obra si ingrandirà di anno in anno, inglobando sempre più abitanti, occupando un’area sempre più estesa intorno al paese e mettendo in scena anche lo strazio del campo nazista in cui Frank è stato prigioniero; questo iperspettacolo sarà messo in scena per una settimana di fila ogni anno, dal 1964 fino al 2004. Quarant’anni di una rappresentazione popolare a cui lavorerà tutta Sivori: alcuni parteciperanno fin da bambini, cambiando ruolo seguendo l’età, come sarà per Ruben, che arriverà a interpretare proprio Simon quando lui sarà troppo vecchio per farlo; la donna che recita il ruolo di sua moglie lascerà il marito e avrà una storia con Frank; il tecnico elettricista dovrà sostituire l’attore che ricopriva il ruolo del nazista e acquisirà i suoi comportamenti violenti. Insomma, un casino.

Tutti avranno la vita cambiata da questa esperienza teatrale e gli attori in scena – oltre a Khalaf, Alejandra Flechner, Diego Velázquez, Susana Pampin, Horacio Acosta, Pablo Seijo – nella finzione documentaristica dello spettacolo sono gli attori della grande creazione di Simon Frank. Il gruppo è composto da interpreti bravissimi, precisi, credibili, anche spiritosi. Nello spagnolo ammorbidito dalla cadenza sudamericana raccontano a noi e al regista libanese il “monton” di azioni che il polacco ha inserito nella sua opera: ha ideato e organizzato l’entrata di camion dei pompieri, ha fatto volare cento colombe nel momento della liberazione del campo di concentramento che, tra l’altro, sono state addentate da falchi e mangiate vive in volo facendo cadere le piume insanguinate a terra (brutto segno).

ph. Nurith Wagner-Strauss

La riflessione di Pensotti tocca non solo la relazione finzione/realtà e le conseguenze psicologiche che impersonare per anni un certo personaggio può comportare, ma anche altri pensieri acuti e finemente espressi. Per esempio, per inserire una fontana nell’allestimento, si scava e si trova una fossa comune, ossa umane che vengono credute resti di desaparecidos e che invece si rivelano essere le tracce di un eccidio di nativi, avvenuto a Sivori un secolo prima. Così le stragi si sovrappongono: mentre viene rappresentata la carneficina nazista, avvenuta molto lontano, si scopre la memoria di una violenza locale. Non solo: una delle attrici tornata nella natìa Sivori è fuggita da Buenos Aires perché ricercata in quanto attivista nel periodo della dittatura di Videla e non dimentichiamo che Mansour è scappato dal Libano in seguito alla guerra civile combattuta tra il 1975 e il 1990.

Nella parte finale si affastellano forse troppi piani e al conflitto in Libano si accenna in modo approssimativo ma il colpo di scena che svelerà la vera identità di Simon, personaggio magnetico e un po’ cannibale che ha risucchiato un’intera cittadina e più di una generazione nella propria creazione, segna uno schiaffo fortissimo: durante una delle rappresentazioni arriva la polizia, tutti pensano che sia l’ennesima trovata a sorpresa del regista ma presto capiscono che qualcosa non va davvero, Frank viene arrestato sul serio. O meglio: prima gli agenti cercano di ammanettare l’attore che lo interpreta, in una tragicomica vertigine sovrappositiva, ma la verità è che Simon non è Simon. Il vero Simon è morto in quel campo in Polonia e “l’impostore” – Wolfgang Richter – era una dei suoi aguzzini nazisti. Gli ha rubato l’identità per fuggire in Sud America.
È uno choc per tutta la città. Per decenni sono stati diretti da un nazista e hanno partecipato, ignari, al gioco perverso di un criminale. Forse un infinito tentativo di espiazione delle sue colpe. La donna che se ne era innamorata recitando nei panni della moglie tenta il suicidio, tutto finisce di colpo, nessuno a Sivori parlerà mai più de La obra, come se niente fosse mai accaduto. Fino all’arrivo di Mansouf e delle sue ricerche.

ph. Nurith Wagner-Strauss

Gli interrogativi posti da Pensotti sono il cuore della sua ‘obra’, uno spettacolo in cui ci si chiede quanto una persona, che non nasce nemmeno come attore, possa arrivare a identificarsi con il proprio ruolo ma soprattutto quanto “diventare un altro” per tanto tempo possa modificare la propria vita. E in questo senso è molto bella l’idea che uno degli attori prenda il ruolo del padre dopo la sua morte, un padre con il quale confliggeva in vita ma rivestendo la parte che fu sua (ma non era lui) troverà una sottile soluzione per elaborare il lutto e per riavvicinarsi al genitore.
La ruota della scenografia gira, in un’incessante giostra tra vero e finto, tra dentro e fuori, tra Storia e storia. Pensotti scrive un testo intelligente, appassionante, direi serio e pienamente attuale, inventa una storia falsa ma plausibile e la riveste di domande che guardano non solo al teatro ma al meccanismo populista di riscrittura dei fatti storici, come in Argentina sta avvenendo ora con il presidente Javier Milei che discute i numeri delle vittime della dittatura.

Nell’ambito del cartellone di Presente Indicativo 2024, La obra è un altro tassello della riflessione sul senso della finzione, sul significato di riprodurre la realtà e la Storia in scena, sul saper distinguere tra vero e falso. Un pensiero che accomuna gli spettacoli scelti dal direttore Longhi e che da alcuni anni segna l’impronta di molte tra le più interessanti opere teatrali in circolazione, come Rothko del polacco Lukasz Twarkowski di cui parleremo nella puntata numero 3 dedicata al festival.
In un momento, ormai lungo, in cui sempre più si confondono i piani concreti con quelli che viviamo sugli schermi, il teatro ha bisogno di ragionare sui confini tra rappresentazione e realtà.

 

LA OBRA

testo e regia Mariano Pensotti
con Rami Fadel Khalaf, Alejandra Flechner, Diego Velázquez, Susana Pampin, Horacio Acosta, Pablo Seijo
musicista Julián Rodríguez Rona
scene e costumi Mariana Tirantte
musica e suono Diego Vainer
produzione Florencia Wasser
luci David Seldes
video Martin Borini, Jose Jimenez
assistenza alla regia Juan Francisco Reato
dramaturg Aljoscha Begrich
coproduzione Wiener Festwochen, Athens Epidaurus Festival, Festival d’Automne à Paris, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
in collaborazione con Grand Theatre Groningen
si ringrazia per la collaborazione Instituto Cervantes Milán

Realizzazione documentario:
sceneggiatura e regia Mariano Pensotti, direzione artistica Mariana Tirantte 
produzione generale Florencia Wasser, fotografia DOP Soledad Rodriguez, assistente alle riprese Maria Eugenia Brigante, elettricista Eugenia Gargano, assistenza alla regia e montaggio Ignacio Ragone, assistenza generale Juan Francisco Reato 
team artistico Lara Stilstein, Tatiana Mladineo, Luli Peralta

Teatro Studio Melato, Milano | 11 maggio 2024