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domenica, Maggio 19, 2024
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La magia immortale di Giselle

Giselle - Roberto Bolle - Ph Marco Brescia Teatro alla Scala  532516MBDGANTONELLA POLI | “Non conosco altro balletto in cui la danza sia capace di regalare in maniera così perfetta l’illusione di una narrazione drammatica…La danza non è un esercizio acrobatico, ma è del tutto espressivo: l’azione si traduce unicamente in gesti danzati e acquisisce una forza, un’intensità d’emozione raramente ineguagliabili”, così scrive Serge Lifar nel 1942 a proposito di Giselle.

E il maestro russo non avrebbe potuto esprimersi meglio a riguardo, dato che questo balletto rappresenta ancora oggi una pietra miliare del balletto classico per diversi motivi.

Uno dei più importanti è senz’altro legato al fatto che l’argomento del balletto trova le sue radici in alcuni esempi della letteratura romantica. Il testo base è senz’altro un articolo di Heine apparso nel 1833 nel giornale l’Europe Litté, in cui lo scrittore tedesco si soffermava nel ricordare come gli uomini, al pari dei loro antenati, erano in un certo senso ancora rimasti attaccati ai valori più agresti, alla natura con tutti i suoi elementi primari: le pietre, gli alberi, la terra. E poco più avanti faceva riferimento ad una leggenda austriaca con origini slave: la storia delle Willi, danzatrici notturne, tutte fidanzate, che erano morte però il giorno prima delle loro nozze. Nemmeno nelle loro tombe potevano trovare pace, il loro desiderio di ballare, il loro amore per il ballo le spingeva ad uscire dalle tombe di notte e poveri i giovani che incontravano, venivano costretti a ballare sino alla morte.

Ma il fatto che le giovani venivano private della loro gioia di vivere in modo prematuro, riconduce ad un bel poema di Goethe, La fiancé de Corinthe, la cui storia ha origine nella mitologia greca. Ma si può anche far riferimento a un’opera di Victor Hugo intitolata Fantomes (Les Orientales, 1828), che racconta la storia di una fanciulla spagnola che muore a causa della sua passione eccessiva per la danza. Si crede infatti che proprio il suo primo verso, “Ella amva troppo il ballo e questo è quello che l’ha uccisa”, insieme all’articolo di Heine di cui abbiamo già parlato, abbiano ispirato il poeta francese Théophile Gautier alla creazione del balletto; per questo la sua paternità è rimasta intatta nel corso dei secoli.

Tuttavia, anche il tema dell’amore che rivive al di là della morte è antico. Un esempio fra tutti ci viene dal mito di Orfeo e Euridice; un’ulteriore testimonianza che, nel corso dei secoli, il tema dell’amore legato a quella della morte sono stati senza dubbio al centro degli interrogativi umani sui propri sentimenti e sulle proprie emozioni. Si tratta quindi di un archetipo, ed è anche per questo che il balletto conserva tuttora il suo fascino.

Soprattutto grazie anche alla sua tensione drammatica che si mantiene inalterata dall’inizio alla fine nel corso dei due atti; la musica di Adam accompagna dolcemente la triste storia ed è perfettamente calibrata con la coreografia e con lo svolgersi della trama stessa.

Un perfetto equilibrio quindi, in cui la coreografia presenta come elemento predominante ed emblematico la figura dell’arabesque, simbolo in tutto il balletto dell’immaterialità, che fa apparire Giselle in tutto il suo essere “spirito”, senza peso, e libera di fluttuare così nelle braccia del principe Albrecht. L’arabesque caratterizza la figura delle Willi, la sua corporeità eterea: come non ricordare qui l’avanzare meraviglioso del secondo atto in cui gli spiriti bianchi, incrociandosi, glissano via via sul palcoscenico inanellando l’una dopo l’altra una serie di arabesques. E dalla stessa arabesque “le anime danzanti” traggono lo slancio vitale per staccarsi dal suolo nelle sequenze di sisonne fermé in diagonale e di grand jeté.

Inoltre questo dell’immaterialità, è un altro carattere legato alla “leggerezza”, altra categoria che tanto piaceva all’estetica romantica, non per sfidare banalmente la materialità tipica dell’essere umano, ma per riuscire a penetrare di più e mettere in evidenza l’aspetto più spirituale dell’animo umano, anelito rappresentato in scena ricorrendo talvolta a personaggi o espedienti fantastici.

Nei teatri si adottarono dei mezzi tecnici, sorprendenti per l’epoca, proprio per cercare di riprodurre quest’atmosfera in cui le danzatrici sembravano volare grazie a degli appositi macchinari, e il palcoscenico era reso etereo e misterioso grazie a dei gas che venivano sparsi in scena.

Giselle-Svetlana Zakharova ph Marco Brescia Teatro alla Scala 470346MBNLa Sylphide, « le ballet blanc » per eccellenza è stato senz’altro il primo e ha segnato in un certo senso le successive produzioni ballettistiche in cui il senso dell’immaterialità divenne caratteristica peculiare incarnandone anche l’ideale romantico. Inoltre attraverso la danza, si riusciva così a superare la dicotomia “religiosa” tra spirito e corpo, questa rottura che trovava il suo sugello nella realizzazione del desiderio amoroso. La creazione coreografica trovava, dunque, una propria vocazione, che le attribuiva anche in un certo senso la sua finalità. E di tutto ciò sempre lo stesso Gautier ne fu fermamente convinto, anche perché trovò nella danzatrice Carlotta Grisi la sua musa ispiratrice. Sia chiaro che in ogni caso sarebbe un errore pensare che la fonte originaria di Giselle sia stata anche la Sylphide, benché i temi in comune siano parecchi. Sulle fonti del balletto ne abbiamo già discusso. E veniamo alla Giselle, ripresa da Yvette Chauviré e messa in scena al Teatro alla Scala di Milano a partire dal 26 Aprile. La coppia oramai consolidata Zakharova-Bolle ha ancora una volta mostrato tutta la loro perfezione, sia tecnica che artistica. I due danzatori fanno oramai coppia fissa nel teatro scaligero e questo permette loro di danzare all’unisono, e di interpretare i personaggi del balletto classico con grande maestria. La bellezza dei gesti splende sul palcoscenico, la loro sintonia fa vivere realmente la storia d’amore e di tradimento tra Giselle e Albrecht. Il corpo della Zakharova scompare nell’esecuzione delle infinite arabesques, Roberto Bolle l’accompagna, con tutta la sua sensibilità e la padronanza del ruolo. Ma il successo di questa ripresa lo si deve anche agli altri protagonisti, alcuni più noti altri meno. Mick Zeni, garantisce con tutta la sua teatralità, la riuscita del personaggio di Hilarion, la giovane Vittoria Valerio con il primo ballerino Antonino Sutera danno vita a un bel pas des deux nel primo atto, perfetti nella loro variazione. Virna Toppi é Myrtha, la regina delle Willi. La ballerina, che ricordiamo fa ancora parte del Corpo di Ballo e che aveva esordito nel personaggio di Raymonda nel mese di ottobre 2012, conferma di avere buone qualità, anche se nei primi momenti in scena esita, apparendo quasi intimorita dal ruolo che veste. Questo lo si nota soprattutto nell’esecuzione di quella quinta serré pointé; ma in seguito si riprende ammirandola nella serie dei grand jeté e nella capacità di affermare tutto il suo potere sulle Willi. Quest’anno nel ruolo di Giselle, si alterneranno Petra Conti e l’esordiente Lusymay Di Stefano, promesse del Teatro alla Scala.

A più di un secolo e mezzo dalla sua prima rappresentazione Giselle, si conferma ancor oggi un balletto che va al di là di tutte le epoche, apparendo sempre in tutta la sua freschezza e la sua tragedia del primo atto cosí come in tutta la sua allure fantastica e spirituale del secondo. La figura femminile di Giselle incarna la donna fragile e innamorata ma nello stesso tempo forte, capace di salvare il suo amante dalla morte imponendosi sull’autorità di Mirtha. Questa puó essere una delle chiavi di lettura moderna di questo “classico” che già in passato era stato ripreso da Mats Ek o da Sylvie Guillem. Jean Coralli e Jules Perrot primi coreografi di quest’opera non avrebbero forse mai immaginato che la loro Giselle avebbe potuto sopravvivere cosi per tanto tempo. La magia delle “anime bianche” ferite nel loro sentimento d’amore si perpetua nel tempo, come se i loro spiriti, continuassero veramente a danzare in eterno, indomiti di fronte al loro dramma d’amore.

Link :
http://www.teatroallascala.org/it/stagione/opera-balletto/2012-2013/giselle_cnt_21246.html http://www.teatroallascala.org/it/stagione/opera-balletto/2012-2013/giselle_cnt_21246_video_1.html

In armatura o in costume, la crisi dell’eroe e la salvezza del cinema

why-cant-tony-sleep--650-75ALESSANDRO GUALANDRIS | Nel 1989 Tim Burton, con il suo Batman, aprì la strada della celluloide agli eroi di carta, creando un perfetto connubio tra cinema e fumetto. Da allora molti film con uomini in calzamaglia si sono susseguiti con differenti esiti. E’ curioso notare come l’ultimo Batman, “Il cavaliere Oscuro Il ritorno”, abbia nuovamente segnato un nuovo approccio per questi film.

Iron Man 3, uscito nelle sale il 24 aprile, nonostante la vena comica accentuata da Shane Black, nasconde sotto la maschera del suo indiscusso protagonista, i dolori e le crisi dell’uomo moderno, come già il film di Nolan ci mostrava. Entrambi i lungometraggi analizzano la caduta psicologica del loro eroe, spogliandolo del costume/armatura e portandolo all’origine del loro essere uomo. Tony Stark, affetto da crisi di panico e costretto a isolarsi per riacquistare quella sicurezza in sé stesso persa dopo gli eventi narrati in The Avengers, è riportato a carne e non più macchina.

Il livello di simbiosi con la sua armatura non è più gestibile, tanto che in questo terzo capitolo ci sono tantissime versioni della stessa e più di un personaggio la indossa durante il film: l’arma diventa una semplice struttura di metallo che chiunque sembra poter indossare. Al di là della possibile polemica legata alla facilità con cui in America si possa avere una pistola o un fucile, è necessario sottolineare l’analisi sull’uomo e sul suo reale potenziale. Per questo il film segna una nuova linea narrativa all’interno del percorso che la Marvel vuole intraprendere, con la famosa Fase 2 cinematografica.

Questa scelta ripercorre molto lo stile delle testate a fumetti, dove per sferzare le normali serie regolari, si creano eventi annuali nei quali diversi eroi si trovano a dover affrontare crisi globali che cambieranno, poi, il normale corso degli eventi e della loro vita. Il ruolo che hanno nel cinema, queste trasposizioni da carta, è quello di creare una nuova continuità, staccata dai comics, ma sempre molto dipendente da logiche narrative ben rodate.

christian-bale-bruce-wayneL’uomo moderno si riconosce di più in super eroi con crisi poco metafisiche, piuttosto che in super eroi senza macchia né paura. Citavamo all’inizio il Batman di Nolan: anche lui prima di riprendere il suo costume dovrà compiere una vera e proprio rinascita, al pari di Tony Stark e al pari di molti normali americani schiacciati dalla crisi. Il finale, in entrambi i casi, vede due uomini che si riappropriano del loro io e scelgono l’essere umano invece dell’eroe, anche se la battuta di Stark finale è pur sempre “Io sono Iron Man”.

E’ chiaro, quindi, come in un periodo di forte crisi cinematografica, sia d’incassi che di sceneggiatura, Dc e Marvel abbiano trovato il modo di crearsi un’isola felice dove poter rinnovare e sperimentare nuove trame, senza mancare di rispetto ai propri paladini. Donando quel lato umano che spesso è accantonato in una storia mensile in favore dell’intrattenimento puro.

Che sia il cinema, quindi, l’ultimo innocente salvato da questi super eroi?

Vi lasciamo con un trailer di un film molto atteso, soprattutto dopo la debacle del Superman di Synger, Man of Steel di Zack Snyder, in sala da giugno.

E’ un uccello, è un aereo, è Superman …speriamo!

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=T6DJcgm3wNY]

Marsiglia capitale portuale

ELENA SCOLARI | marseilleUn Pastis, s’il vous-plait! Per entrare immediatamente nell’atmosfera marsigliese è indispensabile sedersi ad un tavolino del vecchio porto e sorseggiare un Pastis. Noi l’abbiamo fatto e ci siamo presi del tempo per osservare il cuore della città, per guardare la gente, per sentire le voci e i rumori del porto.

Di fronte a noi centinaia di barche ormeggiate, migliaia di alberi formano una fitta foresta sempre pronta a salpare e le manovre dei piccoli pescherecci che rientrano dall’uscita in mare hanno ancora il fascino che ci immaginavamo.

Marsiglia è cresciuta e vissuta intorno all’attività marittima e al commercio via acqua, città operosa e sede di scambi internazionali è da tempo abituata ad accogliere stranieri, un esempio di melting pot culturale declinato nella cucina, nella musica, nella lingua.

Capitale europea della cultura 2013 insieme alla regione Provenza, Marsiglia si mostra in grande trasformazione urbanistica: alcune tra le maggiori archistar a livello mondiale hanno prestato il loro genio a numerosi nuovi edifici, molti ancora in costruzione, destinati a diventare musei, grattacieli a scopo residenziale e commerciale. Stefano Boeri, il giapponese Kengo Kuma, Norman Foster, Jean Nouvel hanno progettato La ville mediterranée, spazio multifunzionale dedicato al dialogo culturale nel Mediterraneo, il bellissimo Frac – Fondo Regionale per l’Arte Contemporanea, una zona pedonale nuova all’interno del Vieux Port costituita da un’area coperta da una tettoia a specchio che riflette con un effetto stupefacente autobus e palazzi a testa in giù, altri cantieri daranno vita a immobili che otterranno lo scopo di spostare il fuoco dell’attenzione turistica su quartieri della città finora poco visitati.

Il fulcro delle manifestazioni sarà a Giugno, quando è anche previsto che gli edifici siano ultimati e funzionanti. Già da alcuni mesi sono però sparse in tutta Marsiglia mostre, performance, concerti di grande interesse. Il Museo Cantini ospita una retrospettiva dedicata al surrealista cileno Sebastian Matta, concentrata sulle opere più politiche dell’artista, fortemente connotate da un’ideologia rigida e profondamente anticapitalista.

Una nota particolare merita l’esposizione Mediterranée, visibile allo spazio J1, uno dei magazzini riattati nella zona dei docks. La mostra ripercorre la storia delle civiltà e delle città affacciate sul mare Mediterraneo, dalla fenicia Tiro all’Atene di Pericle, a Tunisi, Algeri, Tripoli, Genova per arrivare a Marsiglia. Un percorso tra container all’interno dei quali si trovano reperti preziosissimi come statue greche e romane, bassorilievi, quadri, manoscritti antichi, modellini d’imbarcazioni, sempre uniti ad animazioni video di alto livello, giocose e ricche di informazioni. C’è molto da imparare sugli allestimenti interattivi che in Italia ancora stentano ad attecchire.

Tra gli immancabili negozi di saponi e romantici brocantages, Marsiglia la portuale ambisce a diventare fulcro culturale vivace e propositivo, sfruttando le potenzialità di un luogo aperto alla contaminazione e storicamente caratterizzato dal mix di tradizioni diverse.

Per salutare la città dedichiamo un ultimo passaggio alla leggendaria Maison du Pastis, che garantisce al turista una sosta dove fare scorta del tipico liquore all’anice. Potremo sentirci un po’ marinai anche a casa, comme à Marseille.

La Falk, attrice emblematica

20130505_46662_falk4GINA GUANDALINI | E’ scomparsa il 5 maggio a Roma Rossella Falk, attrice-simbolo della cultura tetrale italiana del secondo dopoguerra. E ad annunciarlo al pubblico del Teatro Eliseo, di cui la Falk è stata direttrice artistica per tutti gli anni ’80 e ’90, è stata la sua amica Franca Valeri, che proprio su quel palcoscenico.stava concludendo le recite della sua ultima commedia.

Nata Rosella Antonia Falzacappa nel ’26, la Falk era una ragazza alta e bellissima che non stentò a farsi largo all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, sua città natale. Bruna dal sorriso radioso ma anche misterioso – i paragoni con la Garbo non mancarono – come Margot Fonteyn e Anna Moffo glamorizzò il viso mediterraneo con un intervento di rinoplastica, nel suo caso molto caratterizzante. Si mise presto in luce nella compagnia Morelli-Stoppa, tra l’altro interpretando Stella nella storica messinscena di Visconti di Un tram chiamato desiderio e facendosi apprezzare da Tennessee Williams in persona. Poi nel 1954 colse a volo l’occasione di svecchiare il teatro italiano entrando a far parte di una nuova compagnia, con Romolo Valli, Giorgio De Lullo, Tino Buazzelli e Anna Maria Guarnieri; ben presto si aggiunsero Elsa Albani e Ferruccio De Ceresa. Fu la critica a chiamarla Compagnia dei Giovani; era infatti un ensemble di età media molto più bassa di quelle che avevano caratterizzato il teatro italiano fino ad allora, che puntava sull’affiatamento del gruppo invece che sulla centralità del singolo mattatore.

Regìe di De Lullo, di Peppino Patroni Griffi, scene di Pierluigi Pizzi; molto Pirandello, non più solo cerebrale e sarcastico ma anche sottilmente angoscioso, molto Cechov; ma anche molti autori nuovi, dato che i Giovani ereditavano l’interesse di Luchino Visconti per un teatro oltre la tradizione e oltre i confini nazionali. Già nel ’55 Diego Fabbri scriveva per la Falk La bugiarda, testo divenuto un classico grazie a molte riprese di successo. A metà degli anni ’60 i Giovani portarono al trionfo Il gioco delle parti a Londra, una capitale teatrale dove Pirandello aveva fino ad allora stentato a trovare la sua giusta valutazione. A Parigi la Falk impose Anima nera di Patroni Griffi, creando intorno a questo autore un piccolo culto nella cultura francese.

Poco cinema nella carriera di Rossella, ma di classe: Otto e mezzo di Fellini, Io la conoscevo bene di Pietrangeli, Made in Italy di Nanni Loy, Modesty Blaise di Losey, The Legend of Lylah Clare di Aldrich, Non ho sonno di Dario Argento (nel 2000). Pure la più bella lode di Rossella Falk viene dal cinema e l’ha formulata Fellini:“Ha statura gestualità e voce di un’eroina tragica ma è anche dotata di spontaneità e immediatezza profonde, e comunica una tale gioia di stare in scena che f ti fa venire la voglia di saltare sul palco e di farle compagnia”. Quanto alla TV, molto del suo teatro fu ripresentato sul piccolo schermo, come era allora splendida abitudine della RAI (chi vuole navigare su You Tube ritroverà la storica, stellare edizione De Lullo-Pizzi di Sei personaggi in cerca d’autore del 1965); si ricorda anche la partecipazione della Falk all’ormai mitico sceneggiato Il segno del comando.

Poliglotta, colta, curiosa, durante le tournée londinesi dei Giovani frequentava la “swinging London” accanto a Peter O’Toole e Dirk Bogard e fece spesso progetti di attività teatrale in altre lingue. Purtroppo La signora delle camelie di Dumas a Parigi in francese e Come tu mi vuoi di Pirandello, a Broadway in inglese (non a caso il film con la Garbo As You Desire Me si ispirava a quella commedia) all’ultimo momento non si concretarono: Rossella preferì assumere la direzione artistica dell’Eliseo insieme a Umberto Orsini. Nell’80 si cimentò in teatro e alla televisione in un musical, Applause, ispirato alla trama del film Eva contro Eva e già interpretato in America da Lauren Bacall, nell’83 trionfò nella Maria Stuarda di Schiller, nella regìa barocca di Zeffirelli, sfidando la protagonista Valentina Cortese con la sua Elisabetta dominatrice; un fine humour inglese rivelò in Amanda Amaranda di Peter Shaeffer (genuine le risate del pubblico).

Amica della Callas, nel ’96 la Falk volle ricordare il suo mito interpretando Master Class di Terence McNally, in cui si identificava con la “Divina”. In quella occasione la intervistai. La ricordo cortese e semplice, molto amareggiata per il declino della cultura teatrale nel nostro paese, desiderosa di trasferirsi a lavorare a Parigi. Poi mi annunciò che avrebbe lasciato le scene con quella raffigurazione callasiana; ma non fu così. E’ rimasta attiva ancora a lungo: nel 2005 ha portato in scena il leggendario ruolo di Mrs. Venable, sacro a Katharine Hepburn, nell’allestimento di Improvvisamente l’estate scorsa che Patroni Griffi fotemente volle ma non poté firmare; nel 2009 Rossella ha rivaleggiato con la Bergman nell’interpretare Sinfonia d’autunno, il testo del film di Bergman, accanto – o più esattamente contro – Maddalena Crippa.
La cultura italiana le deve moltissimo.

Qui la sua celebre interpretazione nello sceneggiato per la tv La signora delle camelie
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Art Paris Art Fair. Il vento dell’Est soffia sull’arte

PARIS-ART-FAIR_Dimitri-Tsykalov_cuore1MARIA CRISTINA SERRA | L’arte riempie la vita di significati, incrocia le parole della nostra contemporaneità, ci rammenta che siamo fatti della stessa materia dei sogni. “L’arte è ciò che rende la vita più interessante dell’Arte”, dice Guillaume Piens, Commissario generale della 15° edizione di “Art Paris” al suo secondo mandato, determinato a seguire la rotta verso un “cosmopolitismo regionalista” in una visione dell’arte non spettacolare e fine a se stessa né “mondialista”, condizionata dalle mode e dalla finanza, ma capace di rappresentare autenticamente tutti i sentimenti umani nella loro universalità.
“Vogliamo fare di tutto perché l’arte diventi sempre più democratica e possa svolgere un reale impegno pedagogico”, precisa Piens, spiegando la sua filosofia di privilegiare le gallerie d’autore e quelle meno conosciute, che operano scelte culturali, restie a partecipare alle fiere, ma rappresentative delle molteplicità e mutazioni delle realtà locali e fissare quei frammenti di eternità nel fluire del tempo. ”Si vive ormai in una situazione globalizzata unificata, ci sono oggi autostrade dell’arte che seguono le medesime vie. Io voglio invece esplorare nuovi territori, donare una chance ad una nuova generazione per esprimersi”. Nei giorni in cui la morsa della crisi travolge vite, orizzonti e speranze, il lavoro si volatilizza, si intrecciano rabbia e disillusioni e si tacciano le proteste con lo spettro del populismo, nel mondo dell’arte, come sempre, si continua a produrre e a progettare.
In un clima di incertezza, gli artisti si fanno interpreti delle lacerazioni, costruiscono linguaggi, riempiono di segnali i vuoti del silenzio che le parole non riescono a raccontare.
“Ho bisogno dell’arte per avere un’eco del mondo, una risposta alle mie domande personali. Niente a che vedere con la decorazione o la posizione sociale”, spiega Piens, ed era la sensazione latente tra gli stand allestiti nello spazio luminoso, solenne e maestoso del Grand Palais, seguendo un percorso infinito di stimoli, suggestioni, colori ed emozioni. Più un museo fantasmagorico dei desideri, che una mostra-mercato. Una Fiera che si sta “reinventando” alla ricerca di una verginità perduta, lasciandosi alle spalle le sovrabbondanti sofisticazioni e gli artifici di un’arte sempre più “industrializzata”, intenzionata a ritagliarsi un suo ruolo forte e decifrabile nel panorama internazionale.
“Né un’anti-FIAC né il suo doppione, ma uno spazio complementare e inconfondibile, con un occhio puntato verso l’Europa centrale ed orientale, il Medio Oriente e l’Asia”.
E poi la novità delle tre aree dedicate all’Artdesign, agli Artbooks e alle Promesse.
Sono giorni di bilanci per l’expo parigina, che ha chiuso i battenti il Primo Aprile e che già si sta preparando alla sfida del 2014 con la Cina protagonista. Parigi ha riunito 144 gallerie, provenienti da 20 paesi, e oltre mille artisti sotto le cupole trasparenti, sorrette dalle strutture in ghisa Art Nouveau del Grand Palais, in una scenografia mozzafiato, che regalava giochi di luce di grande suggestione. Ospite d’onore è stata la Russia con 11 gallerie provenienti da Mosca, San Pietroburgo, Vladivostok, Rostov e con una novantina di artisti dell’Europa dell’Est.
Il lavoro preparatorio è stato minuzioso, supportato da un esigente Comitato selezionatore. Si è creato un ponte ideale, fuori da stereotipi, per cercare un’empatia fra differenti tradizioni e rappresentare dialetticamente tematiche di un sentire comune: la memoria, il senso dell’essere, l’identità. ”Mi piace il pathos russo: in Russia non c’è niente di semplice”, dice Piens, ”la storia del paese è molto violenta e tracce di questa violenza si possono trovare ancora oggi, così come la cultura della metafora, l’ironia, l’idea dell’assurdità dell’esistenza”. Le isole di creatività, separate da bianchi pannelli erano riunite in un articolato arcipelago: dai precursori dell’arte moderna a quelle avanguardie russe del XX° secolo, che avevano elevato le loro fantasie strutturali di purezza ingegneristica con azzardate parabole e creato piattaforme di realtà con fulminee materializzazioni di luce, per arrivare alle complesse forme odierne dell’espressività.
Tensioni evolutive, istanze di libertà e pulsioni dell’animo, che qua e là si rincorrono, tra discordanze e accordi, seguendo idealmente la colorata scia fiammeggiante tra astrazione e figurazione di Phillip Malyavin, artista che fuse la tradizione popolare favolistica russa con i codici della rivoluzione. Il rigore geometrico e la sensibilità plastica di Igor Makarevich e del suo “Pinocchio” ricordano il Suprematismo del periodo colorato di Malevic. Le spesse pennellate di Alexej von Jawlensky rivelano il complesso rapporto tra avanguardie ed espressionismo. Si ispira alle forze arcaiche dello Sciamanesimo Dimitri Tsykalov con la sua scultura “Heart”, impastata di terra e rami secchi, un cuore che sembra battere per le ferite del corpo sociale. “I believe in Angels” di Dmitry Shorin ha la perfezione della classicità. Le sue donne-angelo scolpite in lucida resina bianca, con ali tecnologiche, rievocano il mito di Icaro e paiono ispirate all’ideale di bellezza apollinea delle struggenti liriche di Anna Achmatova. C’è tutta la tradizione russa del realismo dinamico di Deineka , il movimento, le diagonali di Rodchenko nell’estetica minimalista sulla violenza urbana disegnata da Alexei Kallima. Le asperità odierne della società russa schizzano dalle dissacranti foto bianco/nere di Nikolay Bakharev. L’occhio onirico dell’estone Alexander Gronsky catturano bellissimi paesaggi imbiancati dalla spazialità infinita. La fredda luce del Nord rende labili il confine fra città e natura, sospendendolo in una sinfonia di solitudine.
Straordinari gli artisti ungheresi: Simon Hantai, creatore del “pliage”, riempie di silenzio le sue tele astratte; Judit Reigl raccoglie il “Guano” delle colature di colore e lo ricompone di lucenti fusioni in spazi senza vuoto né tempo. Tanti gli astri nascenti: Kyung-Ae Hur con la leggerezza della ragione dipinge filigrane di gioia verticali; Marie Hendriks costruisce un universo barocco fra stratificazioni antiche e rievocazioni pop; Mat Collishaw materializza i baudlairiani “Fleurs du mal” in illusioni del presente; Sonya Suhariyan compone visioni passionali e arabescate di geometrie floreali e figure simboliche di vitale lucentezza; Sabine Pigalle riscrive nelle sue foto l’arte del ritratto antico. Con piccole preziose opere, Paul Klee, Paul Delvaux e Max Ernst esprimono l’augurio di buon viaggio verso il cammino dell’arte, che conduce sempre lontano.

Ecco un video su Art Paris
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Dal Teatro Abitato al Torino Fringe Festival 2013: videointervista a Giorgia Cerruti

543144_177362752421676_1069411652_n-620x350RENZO FRANCABANDERA | E’ iniziato ieri il Torino Fringe Festival, da un’idea folle di Inti Nilam, Fabio Castello, Giuseppina Francia,Giorgia Goldini e Sara Giurissa. Dal 3 al 13 Maggio 2013 in 7 spazi nel cuore della città, più di 50 giovani compagnie provenienti da tutta Italia ed Europa si avvicenderanno per creare quell’atmosfera, quel clima edimburghese, di libertà dell’arte. Gli spazi saranno gestiti dalle Compagnie del territorio torinese, con l’avvicendarsi di incontri, seminari e colazioni con gli operatori e programmatori presenti. Un’altra scommessa audace che vede coinvolta la Piccola Compagnia della Magnolia, e le altre compagnie del Teatro Abitato di Avigliana.

Un cuore pulsante di amore per le arti sceniche che fa di questo gruppo un nucleo di persone coraggiose in un momento certamente non facile. Mi permetto, pur in conflitto di interesse, essendo ospite di un incontro del Torino Fringe, di ritenere la Piccola Compagnia della Magnolia un esempio di serietà e abnegazione nell’esercizio dell’arte teatrale. A volte oltre il ragionevole, in un modo difficile da credere, ultraortodosso. Passione e dedizione assoluta, di quella così rara da trovare che davvero vedere da un lato loro combattere la loro guerra quotidiana e poi molti altri cercare furbescamente il contrattino e la prebenda, spiega anche il contesto culturale nel quale siamo finiti, l’analfabetismo etico (e non solo) di massa.

La differenza in due episodi capitati nel vissuto privato: durante la giornata di Cresco, un partecipante ricordava come la madre, pur odiandolo, sapeva chi fosse Carmelo Bene che trent’anni fa andava a briglia sciolta in prima serata in TV. Pochi giorni dopo a Trieste davanti alla statua di bronzo di James Joyce due studentesse adolescenti ci chiedevano chi fosse e se fosse ancora vivo (con tanto di targa con data di nascita e morte). Forse siamo all’estremo, ma forse è proprio questo il senso della battaglia di trincea che operatori come la Piccola Compagnia della Magnolia combattono da anni.

Su questo e per questo ci sentiamo nella stessa trincea, quella del rigore e della serietà di cui la Cerruti ci parla nella videointervista di oggi, registrata al Circolo Oltrepò di Torino, un altro dei luoghi resistenti della città.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=nKDCmFDBOt0&w=560&h=315]

Guida per signorine dabbene ai vernissage

inizi novecento cartolinaALICE CANNONE | Il termine vernissage deriva dal francese, traducibile in italiano con ‘verniciatura’ ed ebbe ad indicare l’inaugurazione di una mostra d’arte (cioè la vernice di una mostra). È attualmente sinonimo, nell’eterogenesi dei fini post-moderna, di ‘me la tiro e mangio aggratiss’. E se il maestro Andy Warhol ebbe a sostenere “Andrei all’inaugurazione di qualsiasi cosa, anche di una toilette”, chi siamo noi per essere da meno?

Qui di seguito si fornirà alle signorine dabbene, un utile vademecum per la sopravvivenza ai vernissage.

-Presentarsi rigorosamente accompagnata da: fidanzato artista, amica bonazza, amic* travestit* ed il suo nuovo partner. Così per mettere subito in chiaro chi è il vero intellettuale del gruppo. (Il rischio è quello di essere scambiati per il/la travestit* ma tant’è).

-Mostrare sempre un’aria entusiasta e meravigliata, con tanto di boccuccia aperta ed un po’ arricciata: se ex soubrette ci hanno guadagnato carriere politiche,  voi potrete quanto meno guadagnarvi un degno lasciapassare per il buffet.

-Guardare il buffet con aria sdegnata, ma avvicinarsi con eleganti mosse da ninja tacco-munite proprio nel clou dell’esibizione. Lamentarsi a voce abbastanza alta che non c’è nulla di vegano e di biologico non ci sono manco le gambe del tavolo; addentare quindi elegantemente una fetta di salame.

-Vi è piaciuto? “Mah, interessante. Io però avrei…” bofonchiando almeno un paio di termini in francese. Ed il nome di un regista famoso. Ed aneddoti su vostro nonno passando per citazioni di Theodor Adorno. Naturalmente l’aria da intellettuale annoiata non bisogna mai, e dico mai, giocarsela con l’artista. Con cui invece bisognerà esibire solo una fintamente sincera ammirazione.

Outfit: taffetà e anfibi, come discreto passepartout.

“La natura è rivelazione di Dio, l’arte è la rivelazione dell’uomo.” (Henry Wadwoth Longfellow) Attenzione però a non sottovalutare la rivelazione incandescente delle mozzarelline impanate.

Dai dadi al mouse, alla rete: evoluzione o involuzione dei giochi di ruolo?

dofusALESSANDRO GUALANDRIS | Appena finito il tunnel, davanti a voi si apre una grotta enorme, costruita da mani esperte e forti. Le pareti di questa grotta, illuminate da torce che sembrano eterne, sono decorate da antichi affreschi raffiguranti le generazioni delle famiglie reali che hanno regnato questi luoghi. Diversi forzieri sono sparsi per la stanza al cui centro vedete un trono con una figura umanoide sedutaci sopra. Improvvisamente si alza e sembra caricarvi. Tirate tutti un dado per capire chi si muove per primo.

Questo, negli anni novanta, poteva essere un classico esempio di gioco di ruolo, dove un narratore demiurgo, chiamato master, gestiva una campagna, un’avventura, in cui altri giocatori si muovevano in un mondo immaginario, interpretando personaggi fantasy dalle razze e abilità diverse. La fantasia era al potere. Davanti a loro solo una scheda che riassumeva le capacità, le armi e gli equipaggiamenti, dei dadi dalle diverse facce e nulla più. Immaginazione.

Nel nuovo millennio, gli mmorpg, Massive Multiplayer Online Role-Playing Game, hanno invaso le vite di molti giovani fanatici del gioco di ruolo, sostituendo quelle lunghe sessioni di gioco con amici attorno ad un tavolo, in favore di uno schermo a cristalli e una connessione virtuale con il resto del mondo. Siamo stati di recente a Roma, presso il Vigamus, alla presentazione della nuova espansione di Dofus, di Ankama, gioco di ruolo online in forte diffusione. In una sala piena di videogiocatori, ci siamo accorti che la mentalità con cui si guardava a questo mondo fantasy è decisamente cambiata.

Vi sono vere e proprio caste di giocatori: il livello del personaggio interpretato non diversifica solo la potenza del proprio alter ego, ma crea vere e proprie scissioni, distinzioni, tra i partecipanti al party (gruppo di personaggi dalle diverse capacità e razze). Si può tranquillamente parlare di ghetti virtuali in cui non si accetta chi non ha un potenziale elevato, isolandolo o costringendolo a unirsi ad altri “esiliati”. Ma il vero problema è legato a coloro che, avendone la possibilità, s’iscrivono sotto falso nome a diversi account, giocando con 7/8 personaggi contemporaneamente. Sembra paradossale, ma con l’anonimato offerto dalla rete, molti ragazzi viaggiano tra server italiani e stranieri, muovendo gruppi che non sono gruppi: un’alienazione che si trasforma in dipendenza.

Mattia AlbaneseChiacchierando con Mattia Albanese, CCM di Dofus, abbiamo affrontato il problema, poiché per l’area italiana si cerca di riunire questi amanti del mmorpg con eventi live, in modo da permettere loro di conoscersi e di “uscire dal personaggio”. E’ importante, per una comunità virtuale, anche scambiarsi commenti e consigli nella vita reale, così da potersi riconoscere durante le sessioni di gioco non solo come “il tal mago” o il “tal guerriero” e avere rapporti diversi da quelli di una chat, magari favorendo la nascita di nuove amicizie.

Se così non facessero, il gioco diventerebbe la vita reale e il resto solo una pausa tra una partita e l’altra. E sarebbe un vero peccato, perché la dimensione “gioco” tanto curata e in continua progressione perderebbe valore, assimilando più la sua deviante di dipendenza piuttosto che quella d’intrattenimento.

Per tutte le novità tecniche e di modalità di gioco vi rimandiamo alla pagina blog di Dofus. Vi lasciamo con il video dei playtest chiamati a provare i nuovi mondi di Frigos III.

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Marcello Cotugno torna a Neil LaBute: tre “Re[L]azioni” malate e violente

Re(L)azioni_Bianca Nappi in una scenaLAURA NOVELLI | “L’ispirazione può arrivarmi da qualsiasi cosa. Nei miei testi non parlo mai di me, della mia vita. Non scelgo mai un tema. Mi guardo intorno e mi conforta notare come ciò che scrivo sia sempre più insignificante e meno scioccante di quanto leggo nei giornali”. Intervistato in occasione del Laboratorio internazionale di drammaturgia condotto l’anno scorso a Venezia  per la Biennale Teatro, il drammaturgo e sceneggiatore statunitense Neil LaBute ha spiegato così la matrice della sua scrittura. Una scrittura diretta, apparentemente semplice, dura, provocatoria, ironica, lontana da astrusi sperimentalismi ma quanto mai vicina alla realtà, alla violenza plateale e/o sottile della società odierna, alla storture più inquietanti delle relazioni umane, agli archetipi mitologici di una classicità assurta spesso a paradigma etico di un mondo che ha ormai perso ogni armonia.

Divenuto celebre a metà degli anni ’90 con il dramma “Nella società degli uomini”, ritratto di un gruppo di amici ambiziosi, opportunisti e misogini, che nel ’97 è stato tradotto anche in un film di successo (su regia d’esordio dello stesso LaBute), questo cinquantenne ex-mormone dal fisico robusto e il volto simpatico, ha le idee molto chiare sul teatro e sui ferri del mestiere necessari a chi intenda fare l’autore: «Il personaggio è la colonna del dramma – spiega – ed è un modo per dare voce a desideri e necessità. Il monologo è la tecnica che permette al personaggio di dialogare col pubblico, di far cadere la quarta parete. Non mi dispiace essere provocatorio e violento perché l’importante è non lasciare spazio tra attori e pubblico. Eliminare il senso di sicurezza degli spettatori. Farli sentire in una situazione reale. La provocazione serve anche a questo: a creare una connessione col pubblico».

A Venezia LaBute ha lavorato intensamente sulla tecnica dell’improvvisazione nella scrittura, sottoponendo i giovani allievi a prove di creatività istintiva ed estemporanea (“bisogna scrivere con la pancia e non solo con la testa”), per certi versi simili agli esercizi di improvvisazione strutturata degli attori. E proprio a Venezia il regista Marcello Cotugno, da anni suo convinto ammiratore (basti ricordare lo straordinario “Bash” allestito più di una decina di anni fa per il  Festival di Benevento e la messinscena de “La forma delle cose” vista al Piccolo Eliseo nel 2005), ha avuto modo di confrontarsi direttamente con lui e progettare una nuova regia dedicata a tre monologhi mai andati in scena in Italia.

Detto fatto. L’esito di quel felice incontro si intitola “Re[L]azioni” e, presentato al teatro Spazio Uno di Roma nei giorni scorsi, cuce insieme gli assolo “Totally”, “Bad Girl” e “War on Terror” che trovano in Bianca Nappi un’interprete capace di attraversare sfumature espressive molto diverse tra loro (negli ultimi anni l’abbiamo vista in tre pellicole di Özpetek: “Un giorno perfetto”, “Mine vaganti” e “Magnifica presenza”), difendendo una buona dose di “italianità” e, al contempo, evocando una maschera mimica di richiamo ancestrale.

Nel primo quadro ella è una ragazza incinta che, seduta al bar in attesa di “qualcuno”, spiattella senza troppa reticenza a un’amica la spietata vendetta messa in atto ai danni del compagno, colpevole di averla tradita. Levità da adolescente birichina e sguardo diabolico da stratega di guerra, la donna racconta la meticolosa scientificità con cui ha deciso di portarsi a letto tutti gli amici del fidanzato, cancellandone via via i nomi dall’agenda come fosse un catalogo degno del peggior Don Giovanni. Qualcosa però tradisce la sua azione, una stilla di turbamento, un’incertezza nel dire che – condita da un marcato accento pugliese che colora troppo la situazione – ci racconta i malcelati tremolii della coscienza, l’ambiguità delle apparenze, le subdole pulsioni di un io sospeso tra integerrima dedizione alla “causa” e (in)consapevole senso di colpa. Non per niente, la storia viene anticipata da un video reclutato su Second Life che mostra una coppia in dolce attesa e il travaglio del parto: segno che, nella confusione tra reale e virtuale in cui siamo macinati ogni giorno, la violenza quotidiana propria dei rapporti di coppia trova facilmente asilo, battendo strade traverse che girano al largo dal confronto diretto e dalla comprensione profonda dell’altro/a.

Il sesso diventa palestra di sfogo e di cinica spericolatezza morale anche nel secondo titolo del trittico – il più debole, secondo noi – dove un’attrice (e dunque una donna che finge per professione), ricevendo in camerino la telefonata di una cugina scopertasi cornificata dal marito, elargisce consigli su come riparare quella rottura, quello strappo. La solidarietà femminile si nutre qui di un forte senso di disprezzo per i “maschi”, abbassati al ruolo di meri oggetti di piacere troppo spesso “sfigati” e perversi. Ma c’è un ma. Perché l’invettiva di questa donna sola e disperata (tanto da ricordare qualcosa de “La voce umana” di Cocteau) sembra in fondo un’invettiva contro se stessa, contro l’assenza di un legame solido e vero, contro l’illusoria (torniamo dunque al teatro) felicità accreditabile ad un Eros svuotato di amore.

E’ però nel terzo monologo che LaBute – fermo restando il consistente lavoro di adattamento e regia fatto da Cotugno, che disegna un lavoro asciutto e nitido, arricchito da brani orecchiabili dei Platters e di Bobby Vinton, e da bei giochi di luce – tira le fila del discorso. Scorrono immagini tratte da un videogioco di ambientazione bellica.  In scena c’è ancora una volta un’attrice che, seduta in modo sempre più scomposto su un divano, mostra al pubblico il cappello del suo uomo morto in Iraq durante la guerra. La commozione personale trascolora presto in rabbia, in feroce attacco all’Islam, in volgare denigrazione dell’intero popolo dei musulmani. L’intolleranza piccolo-borghese di questa giovane donna – personaggio tra le cui controverse corde la Nappi si districa con indubbia incisività  – ha tutta la forza di un proclama terroristico; promana senso di livore e di condanna; è in sé un pestaggio dell’umanità. Tuttavia anche qui c’è un ma. Perché nel corso del suo comizio, ella scorge nel pubblico un uomo che, ci lascia intendere, la segue da tempo, la tartassa, la va a vedere in qualsiasi sala reciti. Dunque, è lei la vera perseguitata? Il presunto stalker diventa giocoforza il suo bersaglio. Da vittima la donna si trasforma, ancora una volta, in carnefice. Perché non esiste terrore al quale non si possa/debba rispondere con il terrore. Tutti siamo mostri. Tutti nutriamo ossessioni. Tutti vorremmo scagliarci contro qualcosa o qualcuno.

“Re[L]azioni” è insomma costruito come un crescendo di pathos ed emozioni nere. Alla fine resta un senso di svuotamento. Un peso sullo stomaco. Certamente questi tre brevi testi non posseggono la forza sghemba e disarcionante di “Bash” (opera  per la quale nutriamo da sempre un’entusiastica predilezione), ma ci parlano con sfacciata sincerità di noi. Dei nostri tempi. E se LaBute non li considera tanto “indecenti” quanto la cronaca dei giornali, dipende semplicemente dal fatto che a teatro possiamo sempre nasconderci dietro il pretesto della finzione.

“Not here, not now”: Cosentino e lo sberleffo alla Abramovic per interrogarsi sul senso dell’arte

cosentino not hereLAURA NOVELLI | In alcuni dei suoi precedenti lavori ci ha raccontato con funambolico disincanto l’idiozia televisiva che detronizza il teatro (“Antò Le Momò”), l’ingarbugliato non senso di un’epopea spaziale dal sapore infantile (“Primi passi sulla luna”), l’agonizzante letto di morte di un’avanguardia artistica mendica e degna dei suoi tempi (“Esercizi di rianimazione”). Adesso Andrea Cosentino, una delle figure più interessanti della nostra scena, approfondisce ancora meglio quel rapporto tra l’arte e la vita che è il suo reale campo d’indagine e in “Not here, not now”, visto ancora in forma di studio al teatro Palladium di Roma nell’ambito di “Teatri di Vetro”, ragiona – e ci fa ragionare – in modo straordinariamente intelligente sulla falsa ritualità in cui si consumano certe pratiche di perfomance assurte a capolavori di arte contemporanea e, ancor meglio, sulle relazione intercettabili tra performance, teatro ed esistenza umana.

Il suo modo intelligente di operare è un modo giocoforza sghembo, rovesciato, comico. Un modo che accosta la cauta fisicità del mimo all’istrionismo dell’attore volutamente eccessivo, la sagace (auto)ironia del clown alla semplicità lirica della marionetta, le linee aperte del cabaret al racconto biografico della narrazione, il senso del ridicolo di Chaplin alla malinconia di Lecoq, la romanità di Petrolini alla prossemica burattinesca di Totò. Dietro tutto questo materiale si nasconde ovviamente lui, Cosentino. Con la sua storia di figlio e di padre. Con la sua tartassante indagine sul senso dell’essere artisti oggi. Con il suo insoddisfatto bisogno di ritrovare nel fare artistico quella verità che Artaud gli – e ci – ha insegnato così bene.

Cuffie insonorizzate sulle orecchie, occhi chiusi, voce quasi sussurrata: all’inizio del lavoro (diretto da Andrea Virgilio Franceschi), egli è uno dei “fortunati volontari” che hanno pagato 15 euro per sperimentare sulla propria pelle “The Abramovic Method”. Ovverosia: centottanta minuti di fuga da sé (e dunque dal proprio corpo) che la celebre performer serba garantisce a quanti, privati di ogni distrazione tecnologica (orologi, telefonini, i-pod, ecc.) e immobili in tre posizioni umane fondamentali (in piedi, seduti e sdraiati), vogliano trasformarsi nei soggetti attivi di una sorta di trance venduta come un’esperienza artistico-spirituale davvero unica. Il performer debuttante fa lo snob. Se la prende con il pubblico. Ironizza sul miope provincialismo di chi crede ancora nella rappresentazione, nel teatro, nelle opere classiche (“obsolete”). Lui non è né qui né ora: “not here, not now” appunto. E’ fuori dal corpo. Altrove. Vola. Il suo io ha le ali. Lui sì che è contemporaneo. Salvo poi dover ammettere che ci troviamo effettivamente in un “teatro”, in un “qui” e in un “adesso” che rappresentano la specificità del fatto teatrale da sempre.

E allora? Dov’è l’arte? Cosa è davvero arte? Esiste ancora la possibilità di un’immedesimazione credibile? Ha ancora senso parlare di una finzione che si tramuti per gli astanti in esperienza intellettuale e/o emotiva? Oppure veramente basta mettersi in una teca e lasciarsi guardare per essere soggetti/oggetti artistici? O, ancora peggio, è sufficiente credere a qualsiasi idiozia pur di apparire colti, aggiornati, caparbiamente contemporanei?

La drammaturgia dello spettacolo cammina dunque lungo molteplici prospettive (il richiamo storico a Duchamp e a Fontana, la caricatura del critico, l’arguta definizione dell’artista che suona come un anatema dalla forza possente) ma mette insieme troppe cose. Forse, si tratta semplicemente di organizzarle meglio e di dare loro un impianto registico più coraggioso, più cinico, più coeso. Spesso, ad esempio, “l’arte” della Abramovic si mescola a quella “cosentiana”, in un gioco di autodenigrazione che ammicca al pubblico ma non trova ancora, secondo noi, il giusto equilibro.

E’ infatti proprio nelle pieghe dell’autobiografia che Cosentino rischia di ammorbidire un po’ troppo la genialità di questo splendido studio (già avviato mesi fa in seno al progetto “Perdutamente” del Teatro di Roma). Da un lato, il riferimento alla mamma bambina che imbocca il padre/nonno, ormai consumato da una grave malattia, con il cibo versato direttamente nello stomaco “aperto” serve proprio a spostare l’ago della bilancia verso la vita, dimostrando che la realtà supera sempre la fantasia (tanto più la furbizia d’artista); dall’altro, i continui riferimenti alla figlia e alla filastrocca della pappa sembrano ridondanti, sebbene non slegati tematicamente.

Quando poi lo sperimentatore dell’osannato metodo diventa l’Abramovic in persona e finisce in una serie di brevi video (li firma Tommaso Abatescianni) che ridicolizzano celebri performance dell’artista, qui sì che il rovesciamento assume i toni di una perspicace intelligenza comica e il divertimento è garantito. Divertimento che funziona pure da necessario vettore della scena finale, virata sul tragico: Cosentino/Abramovic appare in scena in camice bianco e tacchi vertiginosi, si spoglia, si uccide con un coltello e si cosparge il corpo di ketchup. Se – come sostiene l’artista serba – nella performance il coltello è vero e il sangue è sangue e invece nel teatro il coltello è finto e il sangue è ketchup, in questo epilogo tutto si confonde e si mescola. Resta la vita. Il corpo morto dell’attore, che poi risorge per i consueti saluti finali. Il ketchup sul palcoscenico. La voglia di continuare a farsi domande. A scavare nell’autenticità dell’esperienza artistica.

Per amor di cronaca va detto che con questa installazione “didattica” Marina Abramovic – ormai sessantaseienne e dunque immaginiamo non più in forze per certe esibizioni estrose – è stata chiamata, l’anno scorso, anche al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano. E fu proprio in occasione dell’apertura della “mostra” che l’assessore alla cultura del capoluogo lombardo, Stefano Boeri, entusiasta cavia del “metodo”, svenne durante la performance. Anche allora realtà e finzione si sono irrimediabilmente (con)fuse. Impossibilitato a provare fino in fondo cosa significasse uscire dal proprio corpo, il povero Boeri si è ritrovato steso in ambulanza con la pressione a terra. E questo la dice lunga sugli sgambetti del caso. E, ancor più, sull’autorevole potere della realtà.