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giovedì, Febbraio 29, 2024
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PAC in giro per Manhattan, tra frivolezze e certezze

James Bond MOMAGINA GUANDALINI | L’italiano che arriva a New York nella confusa – per noi – fine del febbraio 1913, si immerge nella consueta atmosfera di iperattività e sangue freddo che qui caratterizza cose e persone. Una visita alla Coffee Fest – nome che è un curioso connubio di inglese e di austriaco – , manifestazione che da più di un decennio fa il punto sulla cultura del caffè, può servire a rompere il ghiaccio (metaforicamente ma anche concretamente, chè per strada resiste ancora il gelo invernale). Chi pensasse di sapere tutto sulla tazzina di espresso deve venire qui al Javits Center, sulla riva del Hudson, a immergersi in una nuvola di aroma e a fare i conti con le ultime novità in fatto di macchine produttrici, miscele, presentazioni di caffè corretto e latte macchiato. Qui si chiama, come è noto, semplicemente “latte”, e alla Coffee Fest è oggetto di un serissimo concorso per il miglior disegnatore sulla schiuma di superficie. Vincitrice è una giovane barista di Shanghai, con tre cuori concentrici di panna e cacao.
Altrettanto seria e impegnata è una vecchia conoscenza, la cioccolateria Ghirardelli di San Francisco, onnipresente su tutti i banconi con le sue creazioni di soufflé e biscottini – davvero all’altezza dei più raffinati laboratori di Belgio o Svizzera o Torino.

Qui il filmato dell’edizione dell’anno scorso con le incredibili creazioni in tazza
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=bF5DeIi_1_8]

Sarebbe bello affermare che nel bicentenario della nascita di Wagner e Verdi la Metropolitan Opera risolva l’annosa crisi del canto operistico con un Don Carlo di canoro splendore. Ma non è così. Nelle recite dei primi di marzo  l’andazzo dei tempi si riconferma: c’è la regìa di Nicholas Hytner che è applaudita da almeno tre stagioni ed è non provocatoria ma sontuosa, e solenne, un po’ ingessata; e nonostante la direzione di Lorin Maazel ci sono voci deludenti. Degli  inaciditi loggionisti scaligeri farebbero, e non a torto, una minuziosa rassegna degli interpreti, sbandierando i loro nomi, e segnalerebbero che Filippo II ha voce stomacale, il mezzosoprano strilla, il tenore ha la voce “indietro”, il famosissimo aitante baritono sbraita, e via rantolando. Qui non è la sede. Basti segnalare che a un paio di critici newyorkesi è venuto effettivamente il dubbio che l’esecuzione vocale fosse stentata, ma loro sono interessati quasi esclusivamente all’evento teatrale, che in questo dramma di Verdi tratto da Schiller non manca mai. Anche il pubblico si entusiasma per i valori drammatici e affolla il Lincoln Center con fervore. Quando si scopre che sei taliano c’è sempre qualcuno che ti chiede di spiegare un point  del libretto.

Qui il regista ne parla in un’intervista di qualche tempo fa
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=v3tFY1Pro_s]

Appena in tempo: nel cinquantenario dell’uscita del primo film di James Bond – Dr.No, intitolato in Italia Agente 007 licenza di uccidere – , che fu girato nel 1962 con un budget limitato e divenne, inaspettatamente, un trionfo planetario, un nuovo filone cinematografico e un fenomeno culturale, il MoMa ha organizzato tra ottobre e febbraio un omaggio con rassegna filmica. Dal 1986 la casa produttrice inglese Eon dona al MoMa una copia 35mm di ogni film di James Bond non appena va in cantiere il film seguente ( non c’è, curiosamente, Never Say Never Again, che nell’83 vide il ritorno di Connery, in quanto non fu prodotto della Eon).  Ben custoditi in un caveau della Pennsylavnia, i 22 titoli bondiani sono considerati documento storico e sono stati ripresentati a New York con immutato successo di pubblico.
Il fenomeno 007 fu un’esplosione di creatività (“Mi sembra uno di quei film che fanno fare un passo avanti al cinema”, dichiarò Fellini dopo avere visto Goldfinger ) e qui al MoMa c’è stata un’esibizione collaterale ancora più intrigante.
Con la mostra Goldfinger: the Designs o fan Iconic Film Title il MoMa si concentra per la prima volta sulla creazione di titoli di testa, e quelli dei film di Bond negli anni ’60 furono un esplosione di visualità pop,  Robert Brownjohn, americano di genitori inglesi, studiò alla Bauhaus di Chicago, dove divenne un grafico all’avanguardia e un protetto di Laszlo Moholy-Nagy. Si trasferì a Londra agli albori dell’era swinging, e là i produttori Saltzmann e Broccoli gli commissionarono i titoli di testa  dei film From Russia With Love e Goldfinger. Curò anche la copertina del LP dei Rolling Stones Let it Bleed, con la famosa “torta “ a molti strati, nel 1969; l’anno seguente, in pretto stile swinging London, morì di overdose di eroina. Qui al Museo si può ammirare la sigla di apertura di Goldfinger: mentre la cantante  Shirley Bassey ruggisce la famosa canzone omonima del film, brevi sequenze riguardanti i personaggi principali sono proiettate sul corpo tutto d’oro, in continuo movimento,  di una ballerina apparentemente nuda: i procedimenti d’avanguardia della scuola di Moholy-Nagy sono enfatizzati dalla pornografica insolenza dello stile-Bond. Una consapevolezza dell’importanza della cultura pop, che il MoMa è sempre il primo a storicizzare.

Il racconto della mostra nel video della AFPRF con un’intervista ad Anne Morra, che cura la sezione cinema del MOMA
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=SV3TEleXoN8]

Dracula: un mito in mostra – il videoreport

DraculaRENZO FRANCABANDERA | Il conte Dracula. Dai film alle parodie, e prima ancora generazioni di adulti con il libro, tradotto in ogni lingua del mondo. I canini, il mantello foderato di nero fuori e di nero dentro. Le occhiaie sotto gli occhi. E che importa che poi sia esistito davvero, o se chi è esistito abbia davvero avuto un debole per cocktail a base si piastrine e globuli rossi. Fatto sta che dopo alcuni mesi di mostra presso la Triennale a Milano, anche queste ultime settimane sono affollate, essenzialmente di un pubblico giovane, appassionato, e desideroso di confrontarsi con il mito, con l’immaginario, con l’universo di paure che sta dietro i canini più famosi del mondo.
Abbiamo chiesto il motivo di tanto successo al presidente della società che ha organizzato la mostra, Alef, e  Pietro Allegretti ha risposto nel nostro videoreportage agli interrogativi che la mostra pone ai suoi visitatori, in un percorso fra storia, cinema, design, arte e moda.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=shMrQQ8tN5E]

Mondi virtuali e 3D: la nuova frontiera della media education

machinima in Battlefield 3  - Robert Stoneman
machinima in Battlefield 3 – Robert Stoneman

MICHELA MASTROIANNI | Il post “Gli insegnanti più social degli alunni” comparso sul blog seigradi.corriere.it, riferendo sinteticamente i risultati di una ricerca sull’uso di Internet e delle nuove tecnologie da parte degli insegnanti negli USA, si conclude con un interrogativo: qual è il livello di competenza tecnologica dei professori italiani? Purtroppo non esiste ancora un’indagine statistica sulla familiarità con gli ambienti e gli strumenti dell’information and communication technology da parte dei docenti del nostro Paese e non è possibile pertanto stabilire quanti di essi usino con i loro allievi strategie didattiche mediate da computer  insieme alla tradizionale lezione frontale di tipo contenutistico/trasmissivo.

In attesa di uno studio scientifico sulla diffusione delle ICT nella scuola italiana, segnaliamo una delle innovazioni didattiche più interessanti e ricche di prospettive di sviluppo: si tratta del progetto sperimentale edMondo, il mondo virtuale di Indire (Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa). I docenti coinvolti nel progetto hanno già avviato alcune esperienze di “eLearning immersivo”, sviluppando per i loro studenti, e molto spesso insieme ai loro studenti, degli ambienti di apprendimento operativo/esperienziale, fondato sull’inquiry, sulla creatività e sulla socializzazione delle informazioni e delle conoscenze acquisite. Gli studenti, nella forma di avatar, imparano così a costruire e ad organizzare scenari 3D e oggetti didattici virtuali, acquisiscono inoltre le nozioni tecniche di programmazione ed elaborano tracce audio e filmati.

Ogni disciplina può trovare “spazio” nel mondo virtuale di edMondo e allievi di ogni età (dagli alunni della scuola primaria agli stessi docenti, adulti in formazione permanente) possono sperimentare  questo ambiente di apprendimento.

Un planisfero su cui muoversi è lo scenario della prima lezione di inglese tenuta in Welcome Area da Heike Philp, fondatrice di Let’s Talk Online.
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=CnJWPoaQXvg]

Un arcipelago dalla forma simile a tre isole delle Galapagos è la geografia di “Scriptlandia”, territorio frequentato dagli studenti dell’Istituto “A. Guarasci”  ad indirizzo Tecnico Economico di Rogliano (Cs), sotto la guida della docente di informatica Rosa Marincola. A “Scriptlandia” c’è un laboratorio, dove si svolgono attività di costruzione in 3D e di programmazione in LSL, ed un’agorà in cui gli avatar si incontrano per discutere, organizzare attività, esporre i lavori della classe.
Simile ad un parco divertimenti è invece “Mathland”, ambiente progettato da Luisa Giannetti, docente dell’ I.P.S.S.E.O.A. “I.Cavalcanti” di Napoli, Maria Messere dell’ I.T.C.G.T. “G.Salvemini ” di Molfetta (BA) e Roberto Bozzuto dell’I.T.T. “Altamura” di Foggia. Nel mondo virtuale di “Mathland”, attraverso un percorso fatto di quiz, enigmi, giochi di logica e costruzioni geometriche, gli alunni/avatar apprendono in maniera ludica e competitiva la matematica.
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=DgyZi6lpHnQ&w=420&h=315]
Questo ambiente di apprendimento si fonda sul concetto di gamification, l”utilizzo in contesti reali di meccanismi e dinamiche tipici dei videogames, all’interno dei quali il sistema di punti, livelli, missioni, etc., spinge il giocatore a compiere delle attività ripetitive al limite della noia con grande motivazione e, al loro termine, genera gratificazione. Poiché gli studenti tendono proprio a considerare “ripetitive” e “noiose” le attività didattiche finalizzate all’acquisizione di competenze o di conoscenze (ed “inutili” queste ultime), le teorie pedagogiche più recenti hanno incominciato a proporre la gamification nel settore dell’istruzione, come metodo per migliorare la motivazione all’apprendimento e generare il rinforzo positivo della gratificazione per averlo conseguito. Il tema è così interessante e nuovo che di gamification si discuterà ampiamente nella expoelearning, l’evento fieristico/espositivo e di studio sulle nuove tecnologie e la didattica, in programma il 13 e 14 marzo a Madrid.

Un’ulteriore possibilità offerta dai mondi virtuali è quella di apprendere e praticare a scuola la morfologia, la sintassi e il lessico del linguaggio audiovisivo. I mondi virtuali permettono cioè di imparare non solo a “leggere”, ma anche a “scrivere” delle narrazioni video che documentano e interpretano la realtà, che costruiscono mondi reali o fantastici, che raccontano storie, che danno alla creatività uno strumento agile di espressione. Per questi video è stato coniato il termine machinima, filmati che narrano storie sviluppate all’interno di scenari creati nei mondi virtuali 3D di Second life o di alcuni videogames.

Per comprendere le potenzialità narrative e creative offerte dallo strumento si può dare uno sguardo al machinima filmato in Second Life A woman’s trial, una trasposizione del racconto di L.M. Alcott , realizzato da Chantal Harvey
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=V3l8eYPUZzo&w=560&h=315]

o ancora al machinima One di Robert Stoneman, filmato invece nello scenario del videogame Battlefield3
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=XVjIcSSTyrI]

Anche  gli scenari e le attività progettati per gli studenti più piccoli, come gli alunni della scuola primaria “Santucci” di Castel del Piano, guidati dall’insegnante Nicoletta Farmeschi, dimostrano che azione, socializzazione, ma soprattutto creatività, sono i concetti chiave di tutti i percorsi di apprendimento nel mondo virtuale.

links e approfondimenti

INDIRE – progetto edMondo

expo e-learning a Madrid
Si può leggere online o scaricare in pdf la ricerca del Pew Research Center “How teachers are using tecnhology”.
Per capire meglio come è realizzato un machinima si può guardare il documento video realizzato dal tgR Neapolis
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=2_KQoBNWN78&w=420&h=315]

Piemonte Movie gLocal Film Festival 2013: un’edizione “ridotta all’osso”

Piemonte Movie 2013-manifestoGIANCARLO CHIARIGLIONE | Nonostante il precedente annuncio della sospensione della manifestazione, il Piemonte Movie gLocal Film Festival si terrà anche quest’anno. Ma il tradizionale appuntamento volto a offrire uno spaccato sulla recente produzione del cinema piemontese, sulle speranze dell’intero movimento regionale, che dal 13 al 16 marzo 2013 si terrà presso la Sala Il Movie di Via Cagliari 42 a Torino, sarà un’edizione particolarmente asciutta, “ridotta all’osso”, come suggerisce l’emblematica immagine della locandina.

Il tentativo dell’Associazione Piemonte Movie di dare continuità al Festival sabaudo, seppur con un numero ridotto di opere e con le due sole sezioni competitive Spazio Piemonte e Panoramica Doc, rappresenta una sfida irrinunciabile, dall’alto valore simbolico; questa volta vinta anche grazie all’intervento del Comune di Torino.

Venendo ai film in concorso, la sezione Spazio Piemonte, ha selezionato i migliori cortometraggi dello scorso anno, provenienti da tutta la regione, di cui solamente 15 concorreranno per il Premio Miglior Cortometraggio (1.250 euro) assegnato dalla giuria presieduta dal critico cinematografico Steve Della Casa. L’altra sezione, Panoramica Doc, quest’anno propone solamente 5 documentari rispetto agli usuali 10 delle precedenti edizioni. Al Premio Miglior Documentario, assegnato dalla giuria presieduta dallo storico del cinema Franco Prono, verrà affiancato il Premio Maurizio Collino (1.500 euro). I migliori lavori di entrambe le sezioni riceveranno, inoltre, il Premio Torèt, la nuova statuetta ufficiale del festival che riproduce in miniatura (20 cm di altezza per 3,3 kg di ghisa) gli originali Toretti verdi realizzati proprio da La Fonderia Pinerolese che produce le celebri fontanelle per la città subalpina.

Si aggiungono inoltre due Premi del Pubblico (200 euro in prodotti Libera Terra), che saranno assegnati al cortometraggio e al documentario preferiti dalle persone in sala. Durante questi quattro giorni, saranno dunque proiettate 26 opere (con l’aggiunta dei 6 documentari fuori concorso) molto differenti per genere e tematiche affrontate: si passa dal thriller all’animazione, dal documentario artistico alla commedia, dalla videoarte al mockumentary. Inoltre, molti dei lavori in concorso provengono da festival partner (“100 Ore Torino”, “Muuh Festival”, “PDFF Piemonte Documenteur Film Festival” , “La Danza in 1 minuto”) o hanno partecipato e vinto premi a festival nazionali e internazionali. Notevole è l’unica anteprima assoluta in programma a Panoramica Doc, “L’ultimo chilometro. Vincere, perdere, lottare, fino all’ultimo chilometro” del regista cuneese Paolo Casalis: un documentario fuori concorso sul mondo del ciclismo che aprirà l’attuale edizione della kermesse torinese.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=okMXIp4SKD0]

WIP: il pensiero contemporaneo raccontato ai giovani

LAURA NOVELLI | “Un modo per sprecare tempo. Per rovistare nel retrobottega della creazione artistica. Per fermarsi sul pensiero interrogandosi su cosa ci sia dietro la scena contemporanea”. Così Roberta Nicolai, da anni alla guida della compagnia Triangolo scaleno teatro e del festival Teatri di vetro, introduce il progetto “W.I.P. Work in process” che, in sinergia con il portale Pensieri di Cartapesta (www.teatridivetro.it e www.pensieridicartapesta.it), propone un tirocinio formativo per gli studenti del Dipartimento di Filosofia e di Storia dell’Arte e dello Spettacolo dell’università “La Sapienza” al fine di ritracciare, con l’ausilio di docenti universitari e di artisti di diversa provenienza (dal teatro all’arte visiva, dalla musica alla danza), quei sentieri teorici che muovono la produzione culturale (ed intellettuale) odierna e soprattutto il senso profondo di una creatività giocoforza chiamata a ricostruire, oggi, i suoi linguaggi, le sue estetiche, le sue prospettive future e, perché no, le sue linee di fuga dalla tradizione e dalle certezze (mai certe del tutto d’altronde) del passato. E dunque quest’importante iniziativa, che si snoda fino al 12 aprile in diversi spazi del quartiere San Lorenzo di Roma e che ben si inserisce nella più ampia dimensione di riflessione sul contemporaneo sviluppatasi all’interno di C.Re.S.Co. (Coordinamento delle realtà della scena contemporanea, www.progettocresco.it), intende offrire a docenti e discenti occasioni di incontro per decifrare il presente uscendo anche da un’ottica settoriale delle diverse espressioni artistiche.

Perché è anzi proprio dal cortocircuito tra ambiti distinti del sapere (con affondi speciali, ad esempio, nella ricerca estetica, negli sconfinamenti della performance, nella musica elettronica) che può scaturire una mappatura dell’oggi davvero utile e un riposizionamento del ruolo dell’arte che risulti significativo a livello sociale e collettivo. Anche  quando – tanto più quando – l’arte mette a repentaglio modelli, cliché, forme che hanno cullato il nostro apprendimento culturale e il nostro gusto estetico per secoli o decenni. Particolarmente emblematico è stato a tal riguardo il primo incontro in scaletta, “Il gioco della rappresentazione”, condotto da Gianni Farina della compagnia Menoventi (due anni fa vincitrice del Premio Rete Critica, www.menoventi.com) e con la partecipazione di Roberto Ciancarelli, storico del teatro, e di Davide Valenti, artista visivo. Da polo generatore del dibattito, la rappresentazione si è trasformata in un fertile terreno di riflessione sull’antirappresentazione; o meglio sulla necessità di rompere le convenzioni, di confondere le “cornici” del fatto rappresentativo allo scopo di restituire sulla scena quella zona di confine per metà dentro alla struttura drammatica e per metà fuori che rimanda inesorabilmente alla fragile indeterminatezza dell’uomo contemporaneo.

Seguendo il filo di Arianna delle ultime produzioni del gruppo, Farina ha parlato ai giovani studenti di Hoffmann, di Lynch, di studi di ambito logico, percettivo e cognitivo, ha mostrato dipinti di Magritte, opere di Escher, raccontando un teatro che, in modo più complesso rispetto persino allo straniamento brechtiano, gioca con se stesso (e dunque con la sospensione del’incredulità e il patto immedesimativo del pubblico) per smontare la finzione, per metterla in bilico su un burrone, per agire su un’intelligenza percettiva nuova, diversa, che sia allenata al dominio dell’incertezza. Un paradosso, in definitiva. E in questo paradosso oggi, volenti o nolenti, ci siamo immersi fino al collo tutti, tanto che – ci sembra di poter concludere – non è più solo la rappresentazione a poter/dover decostruire se stessa partendo dalle sue cornici, ma la realtà nel suo complesso appare percepibile e vivibile solo se compromessa costantemente dall’idea di un suo ribaltamento.

Il discorso ovviamente non si ferma qui e certamente questi provocanti semi di pensiero troveranno modo di essere recuperati anche nei successivi incontri del progetto (“Sconfinamenti e confini” con Federico Bomba di Sineglossa, “Scrivere in scena” con Francesca Macrì, Andrea Trapani, Andrea Baracco e Andrea Cosentino, “L’immagine non indifferente con Daniele Villa, “E=Mc2 elettronica=mondo classico 2.0” con Simone Pappalardo, “Corpi reali, corpi lavorati” con Paola Bianchi). Agli allievi tirocinanti viene inoltre offerta l’opportunità di scrivere dei contributi personali che verranno pubblicati sul sito di Pensieri di Cartapesta, di frequentare un seminario sulla tecnica di scrittura di recensioni e interviste curato da questa stessa testata e di seguire la prossima edizione di Teatri di Vetro (dal 20 al 30 aprile al teatro Palladium e in diversi luoghi della Garbatella) per realizzarne il diario giornaliero. Motivo in più per rafforzare la convinzione che parlare dell’oggi, farsi un’idea del contemporaneo sia innanzitutto un atto di condivisione, di sinergia a più livelli, di innesti generazionali e culturali. E sia anche un atto di coraggio.

Perché a dire il vero ci si sente un po’ come dei funamboli sul filo: il reale sfugge (“siamo quasi all’Apocalisse”, diceva domenica scorsa Massimo Cacciari alla radio) e l’arte sembra incline ad un post-post-post-moderno furiosamente in cerca di raccontare questa fuga.

Codice Ivan: AAA, felicità cercasi

GMGS2bisVINCENZO SARDELLI | Zona K a Milano, quartiere Isola, nuovo luogo di scambio tra generazioni, arti e culture, è il palcoscenico ideale per uno spettacolo come “GMGS – What the hell is happiness?”, allucinata riflessione post-moderna sull’(in)felicità, tagliente fiaba darwiniana senza lieto fine.
È la contaminazione di linguaggi la cifra stilistica di Codice Ivan. Caratterizza questa compagnia l’intreccio di multiformi soluzioni visive e di eclettiche abilità fisiche, in cui suoni e luce svolgono un ruolo decisivo.
Start. Buio pesto e bagliore fluttuante s’alternano. Dal cono d’ombra nasce una creatura mostruosa, avvolta da una maschera diabolica, preludio a una sorta di rito iniziatico. All’indistinto subentra l’atto creativo, l’informe genera la bellezza. Dallo stordimento di rumori confusi affiora un’armonia di rituali amplificazioni corali, che sublima nel lirismo di “Casta Diva”, lunare preghiera di Vincenzo Bellini.
In questo show ortogonale introdotto dalle intense vibrazioni di chitarra dei Private Culture, la scena è un pavimento-lavagna di forma rettangolare. Su di esso si curva Anna Destefanis, scimmia e velina, bella e bestia. La performer sardo-britannica incide disegnini, parole e scarabocchi che una telecamera digitale proietta su una parete verticale, nella quale lei stessa finirà per immortalarsi, diventando, come Charlie Chaplin in “Tempi moderni”, meccanismo degli ingranaggi. È un’animazione live. Lo zoom della telecamera fonde l’infinitamente piccolo e il virtuale, ritagli di giornale e disegni.
Il Divertinglese didascalico della protagonista dialoga, illustrandoli, con i cartelli che alla rinfusa l’altro performer, Benno Steinegger, porta in scena. La sequenza dei cartelli post-it fissa una catena stravagante: “Un tempo ero una scimmia”; “ero libero”; “mangiavo solo banane”; “ed ero felice”; “vivevo in un mondo perfetto”.
L’afflusso di cartelloni è incessante, intasa ogni centimetro dello spazio scenico. Il teorema che si delinea è che nella Storia progresso e senso estetico equivalgono a corruzione. La corruzione reca infelicità. Tra implacabili riferimenti illuministici stile Rousseau e stranianti soluzioni brechtiane, Codice Ivan propone come irrazionale scissione quello che, alla mentalità corrente, appare normale e ragionevole. Proiettata alla parete, si snoda una trama d’immagini di successo dichiarato ma effimero e velleitario. Il palco diventa caos di cubitali slogan in bianco e nero, che inchiodano l’umanità ad alternative-ultimatum: è preferibile essere uomini o donne? È meglio un figlio o un cane? Un cane o una casa? Una macchina o un figlio? Stare con lui o con lei? Con lei o con un’altra?
“GMGS – What the hell is happiness?” traccia con leggerezza e ironia una visione paradossale della storia dell’umanità. Felice era la mitologica infanzia antropomorfa correlata a uno stato di natura spensierato e appagante, dall’estetica scimmiesca nutrita di banane. Il degrado, l’infelicità avviene quando si passa dall’allungato ricurvo frutto con buccia gialla degli ominidi alla mela dell’Eden, dall’irsuta disarmonia dei quadrumani alla platinata afrodisiaca avvenenza femminile in t-shirt. Il climax dell’inanità si raggiunge quando la protagonista si produce in un buffo ballo-karaoke sulle note de “La isla bonita” di Madonna, fino alla denuncia dell’ossessiva contemporanea dipendenza da medicine, gioielli, fiale, droghe e social media.
La nostra vita di bestie civilizzate degenera verso l’egoismo. Chiede di colmare un ossessivo senso di vuoto. Impone di decidere. Decidere, etimologicamente, significa tagliare. Ogni scelta è lacerazione. Ogni lacerazione risucchia l’umanità in un vortice vizioso. Non resta che il delirio distruttivo. Steinegger, come un posseduto, s’impossessa di un mazzo di fiori tramite cui scarica una veemente grottesca forza annientatrice, squarciando i cartelloni che lui stesso aveva portato in scena.
Codice Ivan si mantiene fedele anche con questo progetto al bisogno di analizzare le istanze della società. Interroga e scuote il pubblico. È un teatro a tutto tondo che preferisce la forza icastica del gesto al potere descrittivo della parola. È un percorso artistico multimediale che sottolinea l’importanza evocativa e simbolica del suono, il potere delle immagini che interagiscono in tempo reale col corpo.
Il gioco di Codice Ivan diventa attualità. Senza farlo pesare, senza prendersi sul serio, diventa riflessione, pensiero, politica. È condanna dell’onnivoro capitalismo che rigurgita una perenne insoddisfazione, fino a esplodere.
L’originale performance drammaturgica e scenica, che si vale dell’apporto di Leonardo Mazzi, ha tutta l’aria di un “work in progress” che non dà risposte o ricette. Procede per flash, in una sorta di partenogenesi che tutto mescola e ridefinisce, nella fusione dei vari linguaggi, alla ricerca di significati sempre nuovi.
[vimeo http://www.vimeo.com/28557787 w=400&h=300]

World Mobile Congress 2013: tra Social e crisi economiche

mwc-hola-300x225ALESSANDRO GUALANDRIS | “Vedi è questo il tuo problema. Tu immagini ci sia qualcosa quando invece non c’è niente. Tu immagini di avere una vita quando invece spacci solo pezzi di vita di altri e le parti frantumate della tua”

Strange Days, 1995 

Il World Mobile Congress 2013, tenutosi a Barcellona tra il 25 e il 28 febbraio, ha portato grandi novità nell’ambito della comunicazione mobile. I grandi colossi si sono sfidati a colpi di schermi dalle dimensioni sempre più elevate e dalla definizione impareggiabile. Alla domanda, meglio smartphone o tablet, molte case han risposto con la novità del momento, il Phablet. Questo dispositivo, che ha nella genesi del suo nome anche la sua natura, nasce infatti dal mix di “phone” e “tablet”, sembra soddisfare molto il pubblico indeciso tra un telefono dallo schermo limitato e un PAD dalle ingombranti dimensioni. Dotati di schermi che variano tra i 5 e i 7 pollici, capaci di combinare le caratteristiche di smartphone e tablet, i Phablet hanno portato in terra spagnola diverse novità. Per fare un esempio, Huawei, con il suo Huawei Ascend Mate, dotato di un processore quad core a 1.5GHz, 2GB di memoria RAM, punta molto sulla praticità, concependo il proprio prodotto in modo tale da garantirne l’utilizzo anche solo con una mano e addirittura con un touch screen talmente sensibile, che ci permetterà di usarlo anche con i guanti. Sembrano piccoli accorgimenti, ma quando la gara alla tecnologia migliore è troppo intasata, meglio puntare sulle praticità quotidiane, che alla fine sono alla base delle migliori vendite.

Windows, con il suo sistema operativo Windows Phone 8, punta ad allargare la sua fascia di vendita, cercando di raggiungere terminali più accessibili al pubblico, come il Nokia Lumia 520. Smartphone semplice, sottile e dai colori intercambiabili, il nuovo figlio della serie Lumia punta dritto a chi non vuole spendere un capitale per il proprio telefonino, ma nemmeno vuol restare escluso dal virale mondo dei social. Attestato al prezzo di lancio che non supererà i 200 euro, sicuramente darà del filo da torcere a molti suoi simili. Scelte come quelle di Nokia e Windows sono un segnale importante. Esiste ancora una grossa fetta di pubblico che appartiene alla vecchia generazione di telefonini, ancora legati ai phone e non agli smartphone, ma che alla fine, volenti o nolenti, dovranno cedere alle leggi di mercato. Tuttavia la crescita nel campo dei suddetti smartphone è stata tale, che arriveranno a confrontarsi con sistemi incomprensibili e costi da far rizzare i capelli. Coprire questa fascia di neo acquirenti potrebbe voler dire una nuova svolta commerciale.
Asus, invece, sembra non preoccuparsi della domanda che ci siamo posti all’inizio, portando l’ennesimo smartphone trasformato in tablet, il Padfone Infinity. Al di là delle sue caratteristiche, il prezzo non di certo competitivo, si parla di oltre 900 dollari, rischia di minarne la popolarità. Cosa che, al contrario, potrebbe essere l’arma vincente del FonePad un tablet/phablet da 7″ con piattaforma Intel in arrivo a 229 euro. Sony risponde con l’Xperia Tablet Z: un tablet con risoluzione Full HD resistente a polvere, sabbia e acqua. Di sicuro quest’estate ne vedremo diversi sulle spiagge più rinomate. Quindi ancora un certo connubio tra un prezzo abbordabile e una tecnologia che fornisca un comodo utilizzo.

Anche le piattaforme software rispondono sul piano dell’alta prestazione a prezzi accessibili. Finalmente il tanto atteso Firefox OS, che nella precedente edizione venne solo anticipato, sembra aver trovato un posto dove stare, il nuovo ZTE Open, primo telefonino a montare tale software. Se il risultato sarà quello annunciato, si potrà sperare di avere un dispositivo a costo relativamente basso ma che abbia un piattaforma agevole per i programmatori, garantendone longevità.

Si è molto discusso anche di LTE, la nuova tecnologia che dovrebbe rappresentare il futuro della banda larga. Uno dei tentativi migliori per introdurla nei nuovi terminali, sarà quella di integrarla con i servizi di rete già presenti. Ci prova Qualcomm, con i prodotti della linea xE910, sfornando sistemi che suddivideranno l’utilizzo tra LTE e 3G in modo da poter investire con molta più calma sul neo sistema senza perdere la consolidata esperienza esistente. La speranza è che tali tentativi siano abbracciati da più case possibili e che la banda larga abbia finalmente la possibilità d’espandersi anche in Europa (e soprattutto nel Bel Paese).
Se tanti prodotti si son visti, molti, invece han latitato. Al di là delle assenze clamorose, ma del tutto previste, Apple su tutte, ciò che molti attendevano era la possibilità di vedere nuovi smartphone e tablet, dotati di batterie più capienti. Infatti, uno dei più annosi problemi degli utilizzatori, sono proprio le cariche non certo infinite dei loro dispositivi. Sembra che, anche per quest’anno, sia d’obbligo portarsi sempre con sé il caro vecchio caricatore, per evitare di vedere comparire quella fastidiosa batteria rossa che decreta la fine di ogni attività, qualsiasi sia l’avanzatissimo prodotto che abbiamo tra le mani.
Altra domanda che in molti internauti si sono fatti è legata al processore NVIDIA Tegra. Dopo mesi di possibili spoiler e di anticipazioni, si pensava di vedere diversi dispositivi dotati di questo processore che, in teoria, dovrebbe migliorare di parecchio le prestazioni dei servizi, soprattutto dei giochi, sui nostri nuovi sistemi. Tuttavia la scelta ancora non sembra essere quella intrapresa dai demiurghi della telecomunicazione. Attenderemo speranzosi future news.
Dunque, questa 3 giorni nella città spagnola, ha mostrato al mondo che la necessità di social e di condivisione in rete, regola il mercato del Mobile, che a sua volta, impone nuove leggi e si pone limiti quasi imbarazzanti. L’idea è che in un mondo di concorrenza così spietata, tenersi l’asso nella manica per l’ultima mano, significhi sopravvivere.
Vi rimandiamo al sito ufficiale della convention per tutti i dettagli di tutti i prodotti presentati, mentre noi vi mostriamo un video di un prodotto molto atteso ma che al World Mobile Congress si è visto solo indossato da qualche dipendente Google, che si aggirava sornione tra gli stand: i Google Glass.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=V6Tsrg_EQMw]

Cose da fare per portare a cena una grillina

marta-grande1ALICE CANNONE | “[…] Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi/ poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove,/ pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta/ d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e/ canta, canta, canta, sui capi, d’attorno,ai piedi/ dei mietitori./ Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere/solitudini sul solleone, pare che tutta la pianura/ canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino…”

Le cicale – Giosuè Carducci  

Sembra doveroso per ogni perfetto gentiluomo che si rispetti, davanti a siffatti scenari geopolitici, interrogarsi sulla strategia vincente da attuare per portare a cena una “grillina” dabbene in età da marito, in modo da garantirsi se non un ammazzacaffè quantomeno la sua “fiducia”, costituzionalmente parlando s’intende.

Il nostro gentiluomo ha il sentore che la scelta del ristorante potrebbe essere sin dal principio più difficile di qualsiasi altra trattativa sulla legge elettorale. Ma infatuato della bella temeraria, che sa affrontare la vita come le intemperie  a testa alta al grido di «Chiudete questi c…o di ombrelli!», il nostro gentiluomo non demorderà. Cinese? Una pizza? McDonald? E la riposta sarà sempre quella: un serafico “Decideremo di volta in volta, noi seguiamo le idee!” con tanto di braccia conserte e musettino un po’ arricciato. Nel plausibilissimo caso in cui vogliate smorzare l’atmosfera con una prima uscita di gruppo sappiate che comunque  non si scende a compromessi: nel caso di impasse naturalmente sono bandite tutte le coalizioni. Salvo poi riuscire a risolvere la questione con un voto on line dopo essersela tirata un po’.

Ed anche la scelta del menù sarà per il nostro giovane eroe un tribolato cammino, dovendo assecondare la fascinosa grillina in richieste azzardate come carbonarasenzauova, tacossenzaguacamole, pdmenoelle. Sembra quindi doveroso informare il nostro gentiluomo su una infallibile tattica che, all’insegna di un sano cerchiobottismo, eviterà figuracce e renderà felice la sua bella: il nostro gentiluomo l’acqua se la dovrà portare in brocca da casa, sciorinando ad alta voce un pippotto sul danno sociale generato dalle aziende che distribuiscono  acqua in bottiglia, salvo poi fare occhiolini e pollice sollevato ai camerieri che finalmente potranno tirare un sospiro per la furia scampata.

Il conto naturalmente sarà alla romana, reduce dell’insindacabile “Uno vale uno!”. Non sperate in gustosi programmi del dopo serata. “Tutti a casa!” vale per i politici fanfaroni quanto per gli amorazzi lumaconi. Ma  con un pizzico di infoiata sagacia si può improvvisare un cineforum sui video di Casaleggio, che vale quasi quanto un invito a vedere la collezione di farfalle.

Non ci si stupisce quindi, se alla luce di impervie traversie e lunghi tentennamenti si preferisce ad una grillina la cicala di Esopo.

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Nella caverna della mente: Ronconi rilegge Pirandello all’insegna di Matrix

in cerca d'autore. studio sui sei personaggi 02LAURA NOVELLI | Un’ossessione. Un’angosciante proiezione della Fantasia (la maiuscola è d’obbligo) che prende vita in uno spazio vuoto spogliato della sua identità di palcoscenico per diventare cornice onirica di una nascita tutta interna alla testa dell’Autore. Nel suo raffinato studio sui “Sei personaggi” di Luigi Pirandello, in scena fino al 28 marzo al teatro India di Roma, Luca Ronconi ancora una volta entra nelle fibre del testo e, lavorando con quindici giovani e bravissimi attori diplomati all’Accademia Silvio D’Amico, li guida ad un’analisi profonda sia dell’opera sia della sua celebre Prefazione (“[…]Quale autore drammatico potrà mai dire come e perché un personaggio gli sia nato nella fantasia? Il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale […]”), al fine di tradurre in linguaggio contemporaneo quell’indeterminatezza e pluridimensionalità dell’atto creativo che oggi, bombardati come siamo da mondi paralleli e panorami virtuali, non può che rappresentare un’urgenza etica ed estetica. Ecco dunque questo “In cerca d’autore”, costruito in due anni di laboratorio al Centro Teatrale Santa Cristina e poi debuttato al Festival di Spoleto della scorsa estate, rincorrere il modello di Matrix per mostrarci uno sciame di ombre/automi costrette a posture, movenze e registri vocali lontani da accenti realistici che, strisciando o camminando attaccate alle pareti come fossero cavie da laboratorio, allontano la rappresentazione dai cliché del metateatro (ambito d’altronde già splendidamente esplorato nella messinscena di “Questa sera si recita a soggetto”, debuttata a Lisbona nel maggio del ‘98) e la spingono fuori dalle convenzioni teatrali, fuori dall’abusata contrapposizione tra la vita e le forma, fuori dalla riflessione pirandelliana sul binomio persona/personaggio.
Perché qui, a differenza per esempio dalla lettura comunque “post-pirandelliana”del dramma fatta nel 2003 da Carlo Cecchi, non è la (geniale) forzatura della forma drammatica operata dall’autore siciliano ciò che interessa al regista quanto la dimensione di pensiero “sul” pensiero (o, forse, “nel” pensiero) e l’oscillazione costante tra reale e iper-reale, norma e mostruosità, razionalità e libertà onirica che innervano il dramma. Con sconfinamenti in un immaginario robotico tanto moderno quanto irrimediabilmente angosciante.
E basti vedere a tal proposito la scena “ctonia” e terrigna dello sventato incesto, o anche la recitazione sovraesposta ed erotica della Figliastra (l’ottima Lucrezia Guidone), così come quella della languida Madre (Sara Putignano, immortalata in un grido muto che tanto ricorda “L’urlo” di Munch ma anche un passaggio della straordinaria Helene Weigel in “Madre coraggio e i suoi figli” di Brecht), e quella fugace ma incisiva di Madame Pace (Alice Pagotto). Persino l’apparente naturalezza del Padre (Massimo Odierna) lascia facilmente intuire una distanza enorme dal naturalismo – appunto – e dal dramma passionale di cui da sempre il personaggio si nutre. Tuttavia, questo mondo di ombre, forse proprio perché, senza più palcoscenico, la tessitura stessa del testo evidenzia le sue pieghe più teatrali, rimanda pure all’espressionismo di Marx Reinhardt (che dedicò a Pirandello un allestimento de “I sei personaggi” e uno, storico, di “Questa sera si recita a soggetto”) e dunque alla matrice tedesca della produzione pirandelliana, quella più moderna, più curiosa del futuro, più sperimentale e più psicanalitica.
Allora questi fantasmi sono certamente i fantasmi di una realtà confusa, di un reale che si riverbera e confonde nell’immaginario (e perciò figli legittimi dei nostri tempi), ma sono anche stracci di follia allucinatoria, sintomi di malattia. Il tutto contenuto, però, nella raffinatezza di un impianto recitativo  – perché si tratta proprio di uno spettacolo sull’attore e d’attore – studiato nei dettagli, che permette ad ogni singolo interprete di essere in perfetta sintonia con l’insieme. Spetta alla caparbietà raziocinante del capocomico di Davide Gagliardini (una bella prova per questo attore romano che seguiamo da anni e che ci è parso giunto a una maturazione espressiva davvero encomiabile) voler, per quanto possibile, ricostruire tale insieme. Egli rappresenta infatti l’alter ego dell’autore, il regista/mente, chiamato a mettere ordine in una materia che ordine non può avere. Lavoro da vedere e rivedere! In occasione, inoltre, delle repliche di “In cerca d’autore”, il Teatro di Roma ospita una retrospettiva video dedicata ad alcuni grandi allestimenti ronconiani, prima che il regista, simpaticamente coinvolto giorni fa all’Argentina in una conversazione con Gianfranco Capitta tesa alla presentazione del volume “Teatro della conoscenza” (Laterza), in cui il critico de “Il Manifesto” imbastisce una lunga intervista con il maestro e ne redige una dettagliata a appassionata teatrografia, torni nella capitale con “La modestia” di Spregelburd (in cartellone ad aprile).
Ovvero, con uno spettacolo anch’esso radicato nel contemporaneo che, proprio come questo laboratorio su Pirandello, scardina cliché e luoghi comuni per (tentare di) raccontarci qualcosa del nostro confuso, incerto, faticoso terzo millennio.

La via per la perfezione secondo Gordon

gordon ramseyALESSANDRO MASTANDREA | L’avvento, nell’orizzonte televisivo italiano, dei canali tematici e più in generale delle pay-tv ha posto – e continua a porre- domande di non facile risposta. Ci si domanda, infatti, se sia stata la nascita dei canali tematici a impoverire la TV generalista, oppure se i primi abbiano semplicemente effettuato una ricerca di forme e contenuti nuovi, oltre quei confini solitamente battuti dalle seconde.

Sia come sia, oggigiorno è impossibile negare quanto l’offerta dei palinsesti sia tutto un proliferare di nuovi canoni e format, che declinano in vario modo l’esperienza raggiunta dai reality. Il ventaglio delle nuove proposte, che anche gli squattrinati utenti della TV generalista possono apprezzare, racchiude tutto lo scibile delle umane esperienze e afflizioni. Ne sono un esempio le future spose alla disperata ricerca di, nell’ordine, un vestito, una torta, un’altra futura sposa, oppure i corsi di cucina ma anche di sopravvivenza nei quali, a seconda dell’abbisogna, è richiesta particolare abilità nel cucinare prelibate pietanze o deglutire, senza troppe storie,  polposi scarafaggi o croccanti scorpioni del deserto.

In  questo tourbillon di offerte, per distinguere l’una proposta dall’altra, la scelta dei nomi delle trasmissioni non può non tradire doti di guizzante fantasia. Si va dai sempreverdi “abito da sposa cercasi” e “abito per damigella cercasi”, ai più controversi “la guerra delle spose” e “grassi contro magri” (declinazione junk food del  nostrano “scapoli contro ammogliati”), fino al criptico “obesi”, variazione sul tema della mai troppo rimpianta TV del dolore. Una menzione a parte va fatta per il burtoniano “Tabatha mani di forbice”.

Real Time (canale 31 del digitale terrestre), per gli squattrinati utenti di cui sopra, è forse il rappresentante più emblematico di una nuova estetica che, sembrerà strano,  presenta molte affinità con la vita politica nostrana. Anzitutto, proprio come alcuni ben noti partiti, sono programmi “personali”, programmi cioè inscindibili dall’immagine della persona che li presenta, ben al di là del semplice concetto di identificazione programma-conduttore; in secondo luogo, queste star sono solitamente dei professionisti “prestati” alla televisione.

Sotto quest’ottica, non vi è dubbio che il principe di questo nuovo mood catodico sia Gordon Ramsay, personaggio che in Italia è solito frequentare i lidi mediatici sia di Real Time che di Cielo. Alla faccia del conflitto di interessi.

Chef di inveterata esperienza, Ramsay è persona incapace di risparmiarsi, disposto a offrire la propria personale opera salvifica a chiunque, disperato, ne faccia richiesta. Demiurgo del raviolo fatto a mano o del filetto al pepe rosa, la via verso la catarsi televisiva che egli propone passa – al pari di alcuni ordini monastici- attraverso il dolore e la rinunzia. Se necessario anche attraverso l’umiliazione; non la sua, naturalmente.

In questo tripudio di Ego e cucina d’autore, due sono le strade che egli propone per la scalata alla perfezione. La prima prevede che il sant’uomo si sposti di luogo in luogo per diffondere il verbo con fugaci permanenze non più lunghe di tre giorni. E’ il caso di “Hotel da incubo” e “Cucine da incubo”. In entrambe, Gordon è chiamato a imprese disperate, nel tentativo di risollevare le sorti di Hotel e Ristoranti sull’orlo del fallimento. Il lieto fine, la catarsi, è sempre garantito. Non prima però di aver sottoposto gli sfortunati proprietari all’estenuante fuoco di fila delle sue critiche. E in perfetto stile anglosassone, ama infierire preferibilmente su coloro che, pur nel disastro, dimostrano una certa alterigia; sebbene nei casi umani più problematici – questo gli va riconosciuto – dimostri doti di delicatezza inaspettate. Tuttavia, negli altri casi, non va certo per il sottile e nell’escalation dei suoi commenti la metafora non è mai contemplata: “Non sentite che puzza?”; “E’ un pastone insipido”; “E’ una schifezza calda”; “Ci hanno pisciato sopra?”.

Eppure, sembrerà paradossale, dopo il “trattamento Ramsay” i fortunati proprietari non possono fare a meno di ringraziare. La salvezza di un’attività, cui sono legati i destini di più di una famiglia, val bene qualche insulto, così come li vale una possibile carriera da chef di grido. O almeno è quel che sperano i concorrenti di Masterchef USA e Hell’s Kitchen, le due trasmissioni che hanno spostato decisamente in avanti l’asticella della rappresentazione televisiva del cucinare, e anche la seconda delle suddette strade per la perfezione.

Immaginate di fondere assieme il talent show più crudele con  La prova del cuoco , davanti ai vostri occhi non potrà non spalancarsi l’abisso. Un girone infernale, in cui i concorrenti sono stretti tra le fiamme dei fornelli e quelle ancor più calde dei giudizi del giudice fustigatore. Poiché “molti sono i chiamati ma pochi gli eletti”, solamente una manciata di concorrenti può aspirare ad arrivare alla fine del percorso, non prima però di aver ripetuto come un mantra le parole “Si, chef. Certo, chef. Grazie Chef”.

A Gordon Ramsay va dunque il merito di aver dato un taglio nuovo e inquietante alla cucina in TV, un nuovo tipo di esperienza, tuttavia già superata dal successo di Master Chef Italia. “Nuovi mostri” si stagliano all’orizzonte, ma di questo avremo modo di parlare prossimamente.

Gordon Ramsay racconta il format di Hell’s Kitchen
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=CZfRWvDbBW8]
Cucine da Incubo USA
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=bwQ7f-KYGYc]
Hotel da incubo
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=f5hEWOFcxCA]