RENZO FRANCABANDERA | Importa che esista un inizio nelle cose? Che uno spettacolo, come la vita, abbia un inizio argomentativo e un logico punto di arrivo? E se invece il testo, i personaggi, il teatro stesso, fossero capaci di generare un’autoreferenza che sgancia ciò cui in sala si assiste dal costrutto atteso, per animarlo di vita propria?
La tematica da due secoli connota un’interessante letteratura scientifica e creativa. Su teatro e verità Pirandello stesso, con I sei personaggi, seppur in senso molto lato, aveva individuato alcuni princìpi vicini alle coeve intuizioni di Kurt Gödel nel 1931 nei teoremi dell’incompletezza.
E proprio L’uomo della sabbia di Menoventi, la giovane compagnia italiana vincitrice nel 2011 del premio di Rete Critica, in questi giorni in scena all’Elfo di Milano, risulta una proposta interessante sulla struttura logico-formale del teatro, meritevole di segnalazione.
L’uomo della sabbia, complesso racconto di Hoffmann del 1815, a cui lo stesso Freud fa riferimento in alcuni suoi studi, inizia da un’epistola che il protagonista, Nathanael scrive per errore alla sorella di un suo amico e in realtà, si scoprirà poi, sua fidanzata.
Il giovane ricorda come la madre fosse solita accompagnarlo a letto, minacciandolo del possibile arrivo dell’uomo della sabbia, un mostro che avrebbe cavato gli occhi ai bambini che si rifiutavano di dormire, e che li avrebbe poi dati in pasto ai suoi figli, creature mostruose che vivevano sulla luna. Per una serie di circostanze totalmente fortuite, il bimbo ha poi ragione di associare un individuo reale della sua vita a questa figura, e questo poi porterà delle implicazioni in termini di paure, congetture, e affetti: fra follia e realtà, sogni e allucinazioni, il protagonista vivrà avventure complicatissime, espressione del gusto tipico del pre-romanticismo.
Menoventi decide di rileggere Hoffmann in modo contemporaneo e meta-teatrale, creando una struttura concettualmente autoreferenziale e compiuta.
La regia di Gianni Farina, porta Consuelo Battiston e Alessandro Miele (ideatori dello spettacolo insieme al regista) oltre a Francesco Ferri, Tamara Calducci, Mauro Milone, Tolja Djockovitch, dentro uno spazio sostanzialmente vuoto, eccezion fatta per un drappo grigio sul fondo del palcoscenico, capace di sollevarsi per rivelare epifanie di luoghi ora reali ora immaginari; un tavolo e due sedie fungono da baricentro delle azioni. Sequenze frammentate, che lo spettatore immagina appartengano al mondo dei ricordi del protagonista, presto si rivelano repliche di se stesse, con piccole ma importanti modulazioni logiche, in cui gli attori, i personaggi, vengono fagocitati, come il testo e in definitiva la trama stessa, dal meccanismo ideato dalla compagnia. Resta, quindi, vana la ricerca da parte dello spettatore di un filo logico che unisca, o di un tappeto sentimentale che resti comodo supporto alle certezze di chi osserva e che trovi definizione univoca.
Nel 1979 viene pubblicato il celebre saggio di Douglas Hofstadter, “Bach, Gödel, Escher: un’eterna ghirlanda brillante” vincitore di un Premio Pulitzer, in cui i teoremi di Gödel sono avvicinati agli infiniti mondi autoreferenziali contenuti nelle creazioni dell’artista M. C. Escher e di Johann Sebastian Bach. Il libro stesso di Hofstadter inizia svelando la struttura logico formale de L’Offerta musicale di Bach. Non è dunque sorprendente, per chi ha potuto annodare questo legame all’interno della creazione di Menoventi, verificare come una delle pochissime tracce musicali (le altre sono di Stefano De Ponti) fosse proprio uno dei canoni de L’Offerta musicale. Una citazione, un omaggio, ma anche una dichiarazione di intenti semantica.
Come in “Bach, Gödel, Escher”, così ne L’uomo della sabbia, si verifica la magica alchimia per cui l’autoreferenza permette al portato scenico di acquisire significato, pur composto da elementi “insignificanti”, ove presi singolarmente.
Come ne L’offerta musicale, la struttura si costruisce di rimandi interni, variazioni tonali, che vengono prima proposti in forma scheletrica e apparentemente priva di senso, e poi contestualizzati, ad acquisire un sentimento, capace di evaporare per riproporsi, spostato in senso assiale, più in là: così anche i personaggi spesso spariscono dietro un drappo, in cerca d’autore ma anche di una geometria capace di leggerli, avulsi dal ventre letterario che li ha generati, che parlano o si riferiscono a se stessi in un algoritmo ricorsivo, come il personaggio di Coppelius che mai si palesa, o la figlia Olivia che diventa incarnazione del suo monologo sulla vita e la morte.
Lo spettacolo ha alcuni pregi filosofico formali di altissimo riguardo. Innanzitutto postula se stesso senza che mai nulla sfiori vagamente quel tipo di derive new age care a certa imbarazzante contemporaneità. In secondo luogo afferma se stesso senza che si possa definire una sua negazione, come a voler resistere alla prova logica del teorema dell’incompletezza, se ci si passa l’azzardo del paragone. Ma, soprattutto, afferma la possibilità, per il luogo teatro, di essere territorio di riflessioni che trovano matrice nell’area grigia, pericolosissima da maneggiare, di ciò che è al contempo teatrale e anti-teatrale, o meglio meta-teatrale.
L’operazione è raffinatissima, difficile. Proprio per questo, fortunatamente, richiede l’intelligenza dello spettatore nel mettere in discussione le sue credenze, le sue logiche; richiede di aprire una discussione su cosa significhi comunicare, sui metodi e i limiti della rappresentazione simbolica.  Noi ne L’uomo della sabbia abbiamo letto tutte queste cose, abbiamo provato dispiacere per coloro (non molti per fortuna) che sono andati via sconcertati senza mettere in discussione nessuna delle proprie certezze, nessun impianto logico, illogico o meta logico portato da casa e che a casa doveva essere ricondotto intatto, sano e salvo, senza esser passibile di esser posto in discussione. Lo spettacolo ha anche qualche difetto,  un certo insistere su alcune idee, su alcune trovate che nella loro reiterazione “canonica” risultano poi superflue e ammiccanti (l’uomo con la banana, il cui ruolo di controfigura dello spettatore inconsapevole non ci sfugge ma che alla lunga è proprio il contentino per costoro). Ma queste piccole imperfezioni sono nulla in confronto a quello che la creazione porta in sé e che porge con mano generosa.  Da vedere.
Di seguito alcune immagini dello spettacolo

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