LAURA NOVELLI | Un salotto borghese avvolto in sfumature di luci color ocra e ritagliato nei contorni di una scatola di pareti mobili che lasciano intuire la declinazione metateatrale di quanto là dentro succederà e verrà detto. Costumi e arredi alludono a un’ambientazione anni ’50, mai troppo esplicita eppure vivida, che innesca sin da subito un sentimento nostalgico pressoché irrefrenabile. Erano gli anni della commedia all’italiana. Dei film in bianco e nero prodighi di (auto)ironia e buoni sentimenti. Dei personaggi umili dal cuore semplice. Erano anni semplici essi stessi, carichi di contraddizioni ma anche di grandi speranze, di grande umanità. Con lo sguardo rivolto a quell’Italia lì, Valerio Binasco rilegge l’Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni e realizza uno spettacolo coraggioso, originale, bellissimo. Dove resta la linfa vitale del testo e dove, però, questa stessa linfa viene fatta scorrere nelle vene di una modernità eloquente e dirompente, che si riesce a cogliere solo a due condizioni:  fare piazza pulita dei cliché goldoniani più abusati e vincere la tentazione di cristallizzare le possibilità espressive dell’Arlecchino nell’omonimo capolavoro di Giorgio Strehler (ne abbiamo scritto per PAC nel 2018).

Perché l’Arlecchino del regista piemontese è un nuovo Arlecchino. Un’invenzione registica e interpretativa che non rinnega il destino e il passato scenico del celebre canovaccio, ma ne riformula le possibilità comunicative, la poesia, il grottesco, le ambivalenze, il gioco attoriale, regalandogli un’atmosfera e un sostrato storico-sociale del tutto inediti. C’è tanto Čechov qui. C’è la visione registica di Luca Ronconi (pensiamo a Il ventaglio o I due gemelli veneziani), di Toni Servillo (La trilogia della villeggiatura). C’è quel chiaroscuro dell’animo umano che Binasco ha spesso saputo ben tradurre in altre sue regie goldoniane (Il bugiardo). C’è tutto, e il contrario di tutto. E il gioco funziona perché, da dentro le viscere del teatro, ci parla sfacciatamente di noi.

Foto Bepi Caroli

La prima scena è corale. Siamo a Venezia. Si festeggia il fidanzamento tra Clarice (Elena Gigliotti) e Silvio (Denis Fasolo) alla presenza dei rispettivi padri, Pantalone (Michele Di Mauro, splendido) e Il Dottore (Fabrizio Contri), e dei servitori. La situazione è festosa. L’impasto dialettale restituisce un colorismo linguistico nordico in perfetta sintonia con la matrice carnevalesca delle maschere. Le maschere tuttavia non esistono più. Al loro posto, un quadro familiare con figure a tutto tondo che recriminano psicologie e caratteristiche proprie. Esseri umani. Personaggi moderni passati al setaccio di convenzioni familiari rigide ma assolutamente credibili. Prima fra tutte, quella subalternità della donna che tornerà come un leitmotiv emblematico in diversi momenti del lavoro.

Da questo microcosmo familiare si dipana, come è noto, l’intera vicenda, che è – e deve essere – una vicenda di equivoci, travestimenti, imbrogli, pasticci, lazzi e faticosi compromessi cuciti nella stoffa sghemba di due sgrammaticature prevalenti: l’arrivo a Venezia del legittimo pretendente alla mano di Clarice, Federico Rasponi, dato per morto a Torino (in realtà si tratta di sua sorella Beatrice en travestì, ruolo qui affidato all’intensa Elisabetta Mazzullo) e le rocambolesche situazioni in cui Arlecchino si deve destreggiare nel servire contemporaneamente i suoi due padroni, ovverosia la stessa Beatrice (irriconoscibile pure agli occhi del languido servitore) e il di lei moroso, Florindo (Gianmaria Martini), giunto anch’egli nella città lagunare per cercare la donna.

A ben vedere, è dunque l’Amore ciò che tiene insieme i vari pezzi di questo puzzle dai contorni sgangherati. L’Amore, perché di Commedia si tratta e il pubblico già sa che, dopo ostacoli, complicazioni, agnizioni e colpi di scena, ogni cosa finirà in allegria. Binasco tuttavia, con estreme sensibilità e intelligenza, maneggia questo registro leggero senza troppa leggerezza, affidandosi bensì a una gravità calibrata su un delicato meccanismo di ambivalenze emotive, anche lievi, anche impercettibili, che la musica di Arturo Annecchino sottolinea e sostiene. A fargli da necessario supporto è l’egregia prova interpretativa degli attori (tutti davvero encomiabili) e soprattutto la mimica plastica e mobile di un superbo Natalino Balasso, chiamato a vestire i panni scoloriti di questo Arlecchino novecentesco al quale il comico veneto regala una straordinaria forza poetica.

Omino simpatico e tenero sin dal suo ingresso in scena, via via che la trama si anima e il plot si complica, egli acquista una sorta di limpidezza lunare, di rassegnazione bonaria, di staticità in movimento. Impacciato, goffo, rotondetto, questo nuovo Arlecchino non possiede lo slancio acrobatico di Ferruccio Soleri e degli altri interpreti strehleriani; non ha il volto nascosto dietro la celebre maschera scura che, sin dai tempi di Tristano Martinelli, raccontava il legame tra il servo bergamasco e il mondo degli Inferi. Sembra piuttosto un angelo buono. Furbo sì, ma fino ad un certo punto. Affamato oltre misura, certamente. Eppure pacato, quasi superiore a tutti quei lamenti, quegli imbrogli, quelle faticose peripezie, quegli inutili  litigi e dubbi in cui annaspano gli altri.

I suoi occhi più dolci e le sue timidezze più fanciullesche le riserva – ovviamente –  all’amata Smeraldina (la bravissima Carolina Leporatti), al suo sogno d’amore, al suo autentico volto di “comico” innamorato. Ondeggiando così tra gli assoli “filosofici” in cui, quasi sempre in penombra, parla al pubblico e il dinamismo imbranato di quelle scene clou costruite su una teatralità allo stato puro (si veda, ad esempio, il passaggio della duplice cena servita a ritmo di marcia nella locanda), questo Arlecchino si rivela uomo nel senso più alto – e più fragile – del termine: la sua vita privata lo induce a tirare fuori il meglio di sé, il vero sé.

Eccoci di nuovo all’Amore insomma. L’Amore muove le intricate fila della Commedia e per Amore tutto si deve giocoforza risolvere. Valeva ai tempi di Goldoni, vale oggi e valeva in quello scorcio del secolo scorso al quale Binasco guarda qui con decisa nostalgia. Tanto da scrivere nelle sue note: «In questa commedia (al pari di altre commedie del “primo” Goldoni) io avverto il richiamo di qualcosa che ha a che fare con un certo tipo di umanità, la cui anima travalica i limiti del teatro per il teatro e chiede di essere raccontata con maggiore realismo, con maggiore commozione. È il richiamo di una tipologia umana di vecchio stampo, l’Italia povera ma bella di sapore paesano e umilmente arcaico che è rimasta attiva a lungo nel nostro Paese, sia sulla scena che nella vita reale, ha abitato il nostro mondo in bianco e nero, si è seduta ai tavoli di vecchie osterie, ha indossato gli ultimi cappelli, ha assistito al trionfo della modernità con comico sussiego, ci ha fatto ridere e piangere a teatro e al cinema con le nuove maschere dei grandi comici del Novecento, e poi è svanita per sempre, nel nulla del nuovo secolo televisivo. La voce di questa umanità è quella della Commedia». Da vedere e rivedere.

 

ARLECCHINO SERVITORE DI DUE PADRONI

di Carlo Goldoni
regia Valerio Binasco
con (in o. a.) Natalino Balasso, Fabrizio Contri, Michele Di Mauro, Lucio De Francesco, Denis Fasolo, Elena Gigliotti, Carolina Leporatti, Gianmaria Martini, Elisabetta Mazzullo, Ivan Zerbinati
scene Guido Fiorato
costumi Sandra Cardini
luci Pasquale Mari
musiche Arturo Annecchino
regista assistente Simone Luglio
assistente scene Anna Varaldo
assistente costumi Chiara Lanzillotta
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale con il sostegno di Fondazione CRT

Teatro Argentina, Roma,
11-23 febbraio 2020

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