Godot, metafora delle misteriose attese dell’umanità
di Luca Razzauti

Aspettando Godot di Samuel Beckett fu composto nel 1952; si svolge in due atti. La rappresentazione oggetto di questa analisi è quella messa in scena al teatro Manzoni di Pontedera nel 2005 per la regia di Roberto Bacci. Del cast fanno parte le gemelle Lisa e Silvia Pasello (che interpretano i barboni Vladimiro ed Estragone), Savino Paparella (nei panni di Pozzo) e Tazio Torrini (Lucky, il servitore).

Il tema dell’opera non è da poco: tratta infatti di una questione esistenziale, l’attesa. Attesa di che cosa o, in questo caso, di chi? Del misterioso Godot. Un personaggio dai contorni indefinibili, senza peculiarità, se non fosse per un accenno alla barba bianca; un personaggio che – non capiamo per quale motivo – è atteso con ansia dai protagonisti. 

Un’ansia, una speranza o una disperazione che i personaggi manifestano a fasi alterne, passando dagli scherzi ai discorsi impegnati, dall’immobilità alla danza. Centrale in tutto questo discorso è l’albero attorno al quale si svolge l’azione scenica, in primis i movimenti dei due protagonisti. I costumi ce li presentano subito come due clochard, ma al tempo stesso ricordano due clown. Tutto, in questo spettacolo, sembra ruotare attorno al doppio canale dell’ansia tragica e della leggerezza dell’esistenza.

L’albero è una pianta particolare, apparentemente morta, secca, ma con una forma di una plasticità vivace: ricorda un danzatore. Altra particolarità è che non è piantata a terra, ma impiccato a una corda che viene dall’alto. Scopriremo in seguito che l’albero non è morto, pertanto trae la propria linfa da canali alternativi, misteriosi.             

La scenografia, composta da un grande ovale dipinto con onde che si mescolano al cielo di un azzurro tendente al grigio, sul fondo si restringe, lasciando intravedere o intuire l’accesso verso uno spazio altro, un luogo al quale non possiamo accedere. Da questo recesso entrano in scena i vari personaggi; ed è lì che spesso si reca il prostatico Vladimiro. Ma soprattutto è da questo luogo nascosto che forse verrà, se verrà, Godot, il personaggio fantasma che assume presto la funzione di metafora dei grandi interrogativi dell’esistenza di ciascuno. E l’attesa, perpetuamente presente nel percorso di vita dell’umanità, è appunto uno di questi. 

Ma attesa di cosa? Spesso non lo si sa. Così come i personaggi sembrano non sapere chi sia Godot. È onnipresente sulla scena un’ansia indefinita, data dal ritmo serrato delle battute, dal paesaggio indefinito e un po’ lugubre, da quel Godot che non arriva. E se anche dovesse arrivare, che cosa potrebbe mai accadere? La risposta a tutte queste domande non c’è e non ci sarà. Quella dei due barboni è una sorte connotata da incertezza, dovuta non tanto o non solo alla loro classificazione sociale, bensì al loro stesso appartenere alla specie umana. Non ci sono risposte agli interrogativi posti dal testo. Ognuno dovrà trovare le proprie.

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