ILENA AMBROSIO | Prendi un piccolo Comune in provincia di Lecce, appartenente alla storica regione della Grecia Salentina, con il suo bagaglio di cultura folkloristica ma anche con un occhio rivolto alla contemporaneità. Prendi un’operatrice e un’operatore culturali cresciuti a pane e teatro, che decidono di trasferirsi in un rustico circondato dal verde, piantando alberi, seminando frutti, per farne un luogo di vita ma anche di incontro. E prendi delle parole di Emily Dickinson, venute fuori in una sera d’estate davanti a un calice di vino.

Fiorire è il fine è il titolo che Francesca D’Ippolito e Adamo Toma hanno scelto per la rassegna cui hanno dato vita a Melpignano, luogo in cui si sono trasferiti da circa un anno e che hanno subito eletto anche come luogo in cui praticare e promuovere il teatro.
Il cartellone, iniziato il 21 luglio, vedrà in scena il 30 agosto Lino Musella con una reinterpretazione dei Sonetti di Shakespeare, L’Ammore nun’è ammore.
Abbiamo incontrato Francesca e Adamo per farci raccontare di Melpignano, di Fiorire e del loro modo di vivere la pratica teatrale.

Francesca e Adamo, la storia di questa rassegna inizia e si intreccia con un avvenimento personale: il vostro trasferimento a Melpignano. Senza voler entrare in faccende private, cosa avete trovato di speciale in questo luogo?

Il sogno di trasferirci qui è nato dalla voglia di mettere radici, costruendo una casa che ci somigliasse, e dall’incontro con una terra ricca di cultura, musica, tradizioni e allo stesso tempo fortemente innovativa.
C’era solo un rustico in costruzione, una pineta, un bosco, un uliveto e tanto, tanto verde. In pochi mesi abbiamo dato avvio alla ristrutturazione, ignorando le difficoltà e determinati a trasferirci il prima possibile in campagna per iniziare a ospitare amici e colleghi. Ovviamente non tutto è andato come avevamo immaginato, abbiamo affrontato assieme un radicale cambiamento di vita e un lunghissimo isolamento nel mezzo del verde, oggi finalmente abitato da persone che vengono a trovarci e dai nostri animali, che, lockdown dopo lockdown sono diventati quattro!

Il paese lo conoscevamo bene per via della Notte della
Taranta, ma anche di una ricca tradizione legata al rock: i CCCP, i primi Litfiba, Manu Chao, gruppi sovietici e tanto altro ancora. Un piccolo borgo antico con lo sguardo sul presente, virtuoso dal punto di vista ambientale e in grado di valorizzare i bellissimi luoghi che lo caratterizzano: il Palazzo Marchesale (dove si svolge la rassegna teatrale), Piazza San Giorgio (dove in questi giorni è possibile assistere ai concerti dei più interessanti artisti della musica contemporanea), il Convento degli Agostiniani (noto per il concertone della Notte della Taranta) e i tanti vicoli ricchi di scorci meravigliosi, dove abbiamo immaginato assieme al Comune un progetto di rigenerazione urbana.

E infatti, come per necessità, la vita privata ha coinciso con quella lavorativa e vi siete attivati per “operare teatralmente” anche qui. Potremmo dire che quella di operatore teatrale non è solo una professione per voi? Cosa significa nella vostra vita?

FD: Per me fare teatro è allo stesso tempo un grande privilegio e una condanna gentile: ogni volta che mi innamoro di un luogo, immagino, quasi senza volerlo, spettacoli, festival, incontri… Essere un’organizzatrice mi spinge a trasformare quei desideri in progetti, a cercare il modo di renderli sostenibili e a creare nuove alleanze. Il binomio tra nomadismo e residenzialità mi ha educata a viaggiare costantemente per nutrirmi, cercando di riportare a casa ciò che ha per me la capacità di generare processi di crescita personale e collettiva.
La passione per le politiche culturali mi spinge quindi a utilizzare tutti gli strumenti che sono in mio possesso per provare ad aprire nuove crepe, a spostare lo sguardo, a far spazio a un pensiero divergente e pertanto rivoluzionario attraverso l’arte. È forse ambizioso, ma se non credessi fortemente nella capacità di trasformazione che il teatro e lo spettacolo dal vivo hanno e alla responsabilità cui noi operatori culturali siamo chiamati oggi, probabilmente mi sarei già arresa alle difficoltà che caratterizzano questo mestiere, oggi più che mai.  

AT: Se devo restituire attraverso un’immagine la professione di organizzatore culturale mi viene immediatamente in mente il film di Werner Herzog, Fitzcarrald, il cui protagonista ha un sogno: costruire un grande Teatro dell’Opera in un piccolo villaggio amazzonico isolato dal resto del mondo, per farvi esibire i più grandi nomi della lirica; questa grande impresa mi accompagna sempre, spingendomi a immaginare i luoghi come potenziali palcoscenici in stretta relazione con la comunità che li attraversa. A mio avviso, il film esprime perfettamente la vocazione dell’operatore culturale, anche se in una forma parossistica e tragica, che si racchiude nella frase «chi sogna può muovere le montagne». Essere un operatore culturale è quindi una deformazione caratteriale, che si fa necessità e piacere nella continua volontà di colorare il mondo, con la convinzione che i colori scelti si incontrino o si scontrino con i pubblici. In questo mestiere si accordano due parole chiave: creatività e responsabilità. Il momento storico che stiamo attraversando comporta la necessità di operare secondo queste due parole, abbiamo quindi bisogno di innovare i processi culturali, attraverso creatività e follia, operando però in maniera responsabile, tenendo presente che quello che si propone ha come fine la crescita culturale di una comunità.

Come è stato l’incontro con le istituzioni del Comune?

Tutto ha avuto origine nelle fredde sere d’inverno in cui, assieme a Fabio Zullino – attore originario di Melpignano e come noi innamorato del teatro – sognavamo di portare qui alcuni spettacoli cui siamo molto legati. Fantasticando tra un bicchiere di Primitivo e l’altro, noi tre abbiamo chiesto un appuntamento al Comune per raccontare il nostro progetto. In un momento in cui gli Enti locali stanno riducendo – quando non addirittura azzerando – i contributi erogati in favore delle attività culturali questo piccolo Comune ha invece scommesso moltissimo sulla ripartenza proprio a partire dalla musica, dall’arte e dal teatro: Melpignano promuove cultura è infatti un ricco cartellone di eventi in cui ha trovato posto anche Fiorire è il fine, offrendo ai cittadini una eterogenea proposta di qualità.

Non poche sono state le difficoltà iniziali, dovute anche all’incertezza del tempo presente, ma attraverso uno sforzo collettivo siamo riusciti a gettare un piccolo seme che speriamo possa continuare a germogliare e crescere nei prossimi anni, per poter contribuire a disegnare assieme all’Amministrazione un nuovo progetto culturale che – come accade da tempo a Melpignanocontinui a riscattare l’immaginario del Salento come terra esclusiva del folklore e la renda sempre più un luogo aperto ai linguaggi del contemporaneo in tutte le sue forme.

E il pubblico? È una comunità avvezza alle manifestazioni teatrali? Come sta rispondendo?

Pur non essendoci ancora a Melpignano un teatro, stiamo assistendo a una partecipazione molto attiva da parte dei cittadini e dei pubblici di ogni età, cui è rivolta la rassegna. Non possiamo negare che, nel momento in cui è entrato in vigore l’obbligo del Green Pass, abbiamo temuto un calo di presenze, poiché la partecipazione agli eventi di spettacolo dal vivo – anche all’aperto – richiede molti più adempimenti di una giornata al mare o di una serata a cena fuori. In questa estate stiamo assistendo inoltre a un’offerta smisurata di eventi, attività, iniziative, una sorta di bulimia in cui non è semplice per i pubblici orientarsi, spesso a discapito della qualità. Il comparto ha reagito alla pandemia con una grande abbuffata, dovuta in parte alla necessità di portare a conclusione progetti già finanziati e bloccati dal Covid-19, in altri casi forse per l’incertezza di ciò che ci attende in autunno.
Una piccola rassegna teatrale come la nostra poteva facilmente scomparire in questa sovrabbondanza, eppure i risultati che stiamo riscontrando dimostrano forse che c’è bisogno di cura, di piccole azioni pensate e realizzate in luoghi protetti, dove ricostruire spazi di socialità e di rinnovata felicità.
Forse è di piccoli atti d’amore di cui, noi per primi, abbiamo veramente bisogno.

Il prossimo appuntamento avrà come protagonista Lino Musella, una delle figure attoriali di maggior impatto nel contemporaneo.


Finalmente arriva in Puglia, anzi
a casa, Lino Musella, un attore che amiamo moltissimo  e che ha da sempre la capacità di innovare i linguaggi della scena partendo dalla tradizione. L’ammore nun è ammore porta in scena 30 Sonetti di Shakespeare in napoletano, tradotti e traditi da Dario Jacobelli e accompagnati dalle musiche di Marco Vidino. Come racconta lo stesso Musella in un’intervista rilasciata in occasione della prima al Piccolo Eliseo nel 2018, “questo è uno spettacolo in cui si uniscono tanti amori: il tema dei sonetti chiaramente è l’amore, però c’è l’amore per Shakespeare, c’è l’amore per il teatro, per la poesia (…), c’è l’amore per la lingua napoletana e c’è l’amore anche per il traduttore di questi sonetti che è stato uno dei miei più cari amici ed è scomparso qualche anno fa”.
Non potevamo sognare una ripartenza diversa, perché anche questa rassegna nasce da una storia d’amore e d’amicizia ed è un atto d’amore per la comunità.

Fiorire il fine, il titolo della vostra rassegna è il primo verso di una bellissima poesia di Emily Dickinson che si conclude con «essere fiore è profonda responsabilità». Cosa vorreste che fiorisse da questa prima rassegna e quale responsabilità sentite di dover sostenere per far sì che avvenga?

Quei versi sono arrivati in una sera di primavera, hanno risuonato forte proprio le parole fiorire e responsabilità, con la loro carica poetica e politica.
Fiorire richiama per noi la ripartenza, che dovrebbe avere la delicatezza e la fragilità di un fiore. La ripartenza non solo delle attività culturali, ma soprattutto del modo in cui conduciamo le nostre esistenze e trascorriamo il nostro tempo, affinché si possa tornare in ascolto della natura e nel rispetto di un mondo che ha dimostrato con tutta la sua forza i nostri errori.
Ogni azione culturale è un atto politico, celebra la polis rimettendo al centro i cittadini e per questo nessun territorio deve essere privato della stessa possibilità di accesso a un’offerta di qualità, in qualsiasi parte del Paese. A questa precisa responsabilità sentivamo di dover rispondere, soprattutto in un contesto come quello di Melpignano, da anni contrassegnato da un forte tasso di spopolamento da parte dei più giovani, che altrove cercano – come abbiamo fatto anche noi – possibilità e occasioni di crescita. Abbiamo sentito il bisogno di invertire questa rotta, contribuendo con piccole azioni a dimostrare, in primis a noi stessi, che è possibile anche qui, anche nel profondo sud, scardinare un’attitudine alla disillusione.

Per rendere visivamente questi pensieri abbiamo scelto di commissionare a Renzo Francabandera un’immagine per noi, una cartolina che restituisse il senso di quanto abbiamo raccontato.
Una cartolina che quest’anno non arriva da un luogo esotico ma viene consegnata a mano per le piccole strade di un borgo, dove finalmente ci si incontra senza più paura, perché il viaggio è tutto qui, nel cammino che stiamo percorrendo assieme.


CALENDARIO FIORIRE È IL FINE

30 agosto h. 21.30 Palazzo Marchesale
L’Ammore nun’è ammore
30 sonetti di Shakespeare traditi e tradotti da Dario Jacobelli
con Lino Musella e Marco Vidino (cordofoni e percussioni)
regia Lino Musella
produzione Elledieffe

5 settembre h. 21.30 Palazzo Marchesale
Mio nonno è il mulo
di e con Giuseppe Semeraro
regia Paola Leone
produzione Principio Attivo Teatro
dai 7 anni

altri appuntamenti

21 luglio h. 21.30 Piazza San Giorgio
Un cuore a pedali
di e con Ippolito Chiarello
produzione Nasca Teatri di Terra
dai 6 anni

8 agosto h. 21.30 Palazzo Marchesale
Nessun destino è per sempre
di Gigi Gherzi e Erika Grillo
con Giorgio Consoli, Andrea Dellai, Erika Grillo, Ermelinda Nasuto, Chiara Petillo, Fabio Zullino
produzione Teatro delle Forche

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