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giovedì, Giugno 13, 2024
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L’insostenibile peso del grande nome

Ganz RETOURRENZO FRANCABANDERA | Non c’è modo di scampare alla vicissitudine del grande nome. E’ il grande nome a rendere imperdibile un evento, uno spettacolo, la nostra stessa esistenza. La titanica supremazia del superominismo mediatico determina le tendenze. Si compra la marca indossata da, il prodotto con la rèclame di, lo spettacolo con.

In forma amplificata questa sorta di zucchero che caratterizza il mercato dell’arte si sostanzia anche di zollette dal contenuto glicemico particolarmente accentuato. Facciamo l’esempio preparando una bibita con un grande autore classico, Pinter, un protagonista della cultura di un paese che da anni esercita supremazia mediatica nel settore (Luc Bondy, nuovo direttore artistico dell’Odéon-Théâtre de l’Europe) e aggiungiamo il dolcificante decisivo, il “cast d’eccezione”, grandi nomi del teatro e del cinema internazionale (e già qui siamo nel cuore della vicenda): per chi bazzica i luoghi sacri dello spettacolo nazionale (in questo caso il Piccolo Teatro di Milano), è nella maggioranza dei casi una maionese impazzita già prima di assaggiarla. Ma impavidi giocatori di poker contro il nostro tempo libero, andiamo a vedere le carte per questa mano dal sapore sospetto.

Le Retour, Il ritorno a casa (1965). E’ il ritorno anche di Bruno Ganz al teatro. Lui, il cofondatore della Berliner Schaubühne con Peter Stein. Lui, l’attore ultra settantenne di origini svizzere, assente dalle scene dal 2006. Era rimasto con l’amaro in bocca per l’ultimo spettacolo interpretato, Lo stupro per la regia di Goerden, e si riservava un ultimo colpo per il palcoscenico.

Ed ecco la proposta a quanto pare non rifiutabile, dal neo direttore dell’Odèon, anche lui di Zurigo, che, affidandogli la parte di Max, lo affianca ad un cast stellare nella vicenda di Teddy, affermato docente di filosofia che torna dopo anni in visita alla sua famiglia paraproletaria con la moglie Ruth, famiglia di cui fanno parte, dopo la morte della madre, il padre Max ex-macellaio, lo zio Sam tassista e i due fratelli minori Lenny e Joey.

Con Ganz sono infatti in scena Louis Garrel – Joey (figlio d’arte da sogno, ricordando The Dreamers con Bertolucci), Pascal Greggory – Sam, Jérôme Kircher – Teddy (l’ultima volta in Italia era stata al Napoli Teatro Festival con l’Hamlet-Cabaret di Langhoff), Micha Lescot – Lenny (altro figlio d’arte, da tre anni in scena per Bondy, dopo il grande successo de Le sedie di Ionesco), e la seducente Emmanuelle Seigner – Ruth.

Nel secondo atto la vicenda prenderebbe una piega dai toni dolorosamente comici, da torbidi bassifondi, quando Ruth rivela la sua indole sessualmente vivacissima, che rinvigorisce di colpo la famiglia tutta maschia. Ma Luc Bondy non cala la mano stellare, la proposta audace, a vantaggio di un più monocorde realismo sporco in stile America anni Sessanta, come a raccontare una serie di quadri di Hopper ma senza quel tranquillizzante e insieme angosciante universo cristallizzato. Qui siamo in un fotogramma quasi proletario, i muri scrostati, i vetri della casa sporchi. Lo zio che vive in una roulotte parcheggiata in soggiorno. Tutto trasuda un uso modesto del sapone.

La vicenda diventa via via soffocante ma la regia non scarta, si ferma sull’idea dell’interno notte, sul microcosmo bloccato dalla presenza carnale di lei, più che sul più avvincente e poco indagato schema di relazioni grottesco ma concreto fra i maschi del branco. E questo inevitabilmente porta la nave in una secca senza particolari sussulti emotivi.

Insomma Ganz, nonostante la sua personale interpretazione di altissima caratura, non era forse destinato ad un finale teatrale col botto. Anche la stampa francese si divide fra chi grida al capolavoro (Le Figaro) e chi resta deluso (Le Monde).

Richiesto, in un’intervista per il Corriere, di quali siano le altre grandi sfide per questo tempo maturo della sua carriera, rivela di essere alle prese con una serie tv diretta da Ridley Scott, intitolata The Vatican, che verrà trasmessa in tv il prossimo autunno, la traduzione televisiva di uno di quei polpettoni dalla copertina a lettere dorate in rilievo, che anni fa guardavamo con orrore solo in mano a turisti americani. Ora che l’invasione degli ultracorpi tipografici è completata, che anche noi amiamo lo shopping con la sorella della Kinsella, i misteri esoterico-vaticani di Dan Brown e seguaci, sicuramente sorbiremo prima o poi la serie in tv su qualche canale a pagamento.

Dove si era fermato il buongusto dei successori di Felice Peretti da Grottammare (Ascoli Piceno), alias Sisto V, che hanno tutti finora rinunciato alla cacofonica abbinata, Ganz pare non abbia resistito, decidendo di interpretare il ruolo del papa Sixtus Sextus, invisichiato in intrighi con il cardinale di New York e l’avido segretario di stato Sebastian Koch (cognome che non dubitiamo nella pronuncia americana abbia un suo evocativo effetto). “Trovo questa idea così dark molto originale” ha dichiarato.

L’importante è non lamentarsi del sapore dell’ultima volta, se si hanno le papille gustative compromesse. O forse è colpa del grande nome. Rimettiti presto in sesto, Sisto!

Cultura dell'oggetto e oggetto della cultura

book vs eBookSIMONE BIANCHI | Chi non ha mai annusato la stampa fresca di un libro? Chi non gode nello scartare un album LP nuovo nuovo, da consegnare allo stilo del giradischi? Va anche di moda; che l’amico si è fatto il Linn apposta per farti sentire un paria (dimenticandosi che mastichi giradischi da trent’anni buoni): senti qua come suona, altro che i file. E ti mette su un LP stampato dagli stessi file. Ma gira. E questo fa una differenza, pare.

Oppure i libri: ‘ah, guarda, non mi potrò rassegnare mai ai libri elettronici, se ne va tutta la poesia della carta, il profumo della stampa, io il libro lo voglio tenere in mano’. Ora, non è che il tablet io lo tenga coi piedi, per leggerlo. E ci sono dentro un centinaio di libri. Voglio vederti con una carretta di libri accanto al divano. Poi mi sai dire.

Capita di essere testimoni di questa sorta di bonaria reazione alla modernità. I libri vengono scritti su computer da decenni ormai, la musica è prodotta in studi digitali, il cinema stesso sta dimenticando la pellicola; ma, finché la forma finale della distribuzione ricordava quella classica (il libro stampato su carta, la musica o il film su un disco), il consumatore manco se n’è accorto. Passare dal superotto muto al DVD è stato, anzi, un sollievo per tutti.

E’ la nuova forma di distribuzione finale, quella che spaventa. La musica o i film come file in una memoria, i libri in PDF nell’ebook. Ahia. Come osi TU, togliere la poesia all’Arte? Touché.
Quello che facevamo noi geek negli anni ’90 ora tocca da vicino la vita di tutti. Un ebook non ha odore di stampa. I lettori di file computerizzati non ti mostrano dove fisicamente la tua musica o i tuoi film si trovino…

Come se il libro fosse l’odore di stampa. O il film la copertina del DVD. Come se il piacere fosse quello di girare l’album LP ogni venti minuti.
La fotografia di un quadro non è il quadro. La fisicità dell’opera è una parte importante del suo valore artistico. E questo vale, appunto, per un quadro, per un manoscritto, per l’edizione speciale di un libro, per un concerto dal vivo o la prima di un film.

Ma un ebook contiene tutto intero il libro, esattamente come la normale edizione a stampa. L’album musicale in formato FLAC acquistato online, a differenza del CD o dell’LP, contiene una copia esatta del master originale registrato in studio.
Quando metto su la Resurrezione di Mahler voglio che il mio impianto esca dalla scena e mi lasci in pace per 85 minuti. In LP sono quattro facciate. Un lavoraccio infame. Tanto vale aspettare il concerto in un teatro raggiungibile.

Smettiamo di adorare l’oggetto, per di più stampato in serie. Liberarsi del supporto aiuta a concentrarsi sia sul contenuto artistico delle opere che sulla qualità tecnica delle edizioni. D’altro canto tra quarant’anni si dirà, vieni su da me, ti faccio vedere la mia collezione di veri libri di carta. Ecco, magari, non buttiamo a mare tutto subito.

“Sonata per ragazza sola”: il bifronte omaggio di Federica Bern a Irène Némirovsky

federicaVINCENZO SARDELLI | Le ballate popolari di Mistinguett, graffiante soubrette della Parigi Belle Époque, il pianoforte ritmico e barbarico di Béla Bartók, l’ebbrezza evocativa di Franz Schubert: è musicale lo sfondo a “Sonata per ragazza sola”, di scena al Teatro Litta di Milano. I muri grezzi della sala Cavallerizza sono la cornice di questo monologo di Federica Bern, con la regia di Francesco Villano.

Il palco a forma di T s’incunea nel pubblico tagliando in due la platea. Pochi oggetti sulla scena realizzata da Fiammetta Mandich: un drappo rosso come scenario, un abito di gala su manichino, uno sgabello da pianoforte. Lo spettacolo omaggia Irène Némirovsky, scrittrice russa espatriata in Francia e morta ad Auschwitz. È liberamente tratto da due suoi racconti biografici, Il ballo e Jezebel.

Il manichino disanimato è l’emblema di una festa che non inizia, di un tempo inconsistente.

La protagonista interpreta, in una Parigi anni Venti, Antoinette e Fanny, figlia e madre. Abito azzurro al ginocchio, i rossi capelli raccolti lambiti dalle luci felpate di Fulvio Melli, Federica Bern giostra tra le due donne. Divisa come gli spettatori, la giovane attrice s’insinua in un rapporto complicato. Antoinette, con un pacco di lettere d’invito (non saranno mai spedite) attaccato al collo a mo’ di collana o di borsa, è la classica adolescente un po’ ipocondriaca. In opposizione a una mamma scriteriata e normativa che la trascura, Antoinette oscilla tra fantasia e realtà, con quel quid di malizia che irretisce lo spettatore. Ironica e leziosa, Antoinette si smarrisce nelle sue rievocazioni letterarie, da cui attinge l’inventario noir che, tra Giulietta, Ofelia e Anna Karenina, le suggerisce spunti suicidi. Lo sgabello diventa trampolino di un tuffo virtuale, di passaggi lastricati e abissi onirici in cui Antoinette scivola, nuota, volteggia. La morte, più che una minaccia, è la proiezione di un desiderio di protagonismo, lo stesso evocato dal drappo-sipario o dall’abito-manichino. La muta tastiera di compensato nelle sue mani intona laconici «vorrei ma non posso». Le cantilene puerili e briose di Antoinette fanno evaporare l’angoscia che così non ristagna, mantenendo pièce e personaggio sopra la linea di galleggiamento.

Lo sdoppiamento si materializza in Fanny, una madre che rimuove le proprie insufficienze con il rituale di regole con cui dirige la figlia. Attraverso Fanny la Némirosky ridicolizza la Parigi frivola dei salotti, il bel mondo che esorcizza malattia e decadimento attraverso pettegolezzi e giudizi. Fanny organizza una soirée che non sarà. Fanny/Antoinette s’imbriglia nella chilometrica collana di perle che la stritola come le corde di un insaccato, che la fa inciampare. Chilometrica come il cordone ombelicale che lega e separa madre e figlia, come la lista degli esponenti della bella società di cui la donna elenca vizi e difetti.

Ogni giorno Fanny si alza, si veste e sogna ancora l’uomo fatale. Vive nel rimpianto di una bellezza sfiorita. Vagheggia un decoro svanito. Il suo sorriso falso è un sudario che la cipria ridondante non basta a mascherare. Le luci scherniscono la sua carcassa in calze da seta, la sua disperazione autistica.

Questo monologo a due voci esalta le qualità recitative di Federica Bern, figlia-ragazzina trascinante e impertinente, madre imperativa punita per la sua futilità.

In fondo, la presenza in scena di una sola attrice, più che l’espediente di chi è costretto a far di necessità virtù, serve a rimarcare una sola identità bifronte. Antoinette e Fanny sono una sostanza e due simulazioni, due risposte inadeguate allo stesso bisogno di tempo: quello che non c’è ancora per la ragazza, quello ormai andato per la dama. Malate la prima di fantasia e vendetta, l’altra di realtà e risentimento. Ironica ed empatica la figlia, patetica e refrattaria la madre.

Un’attrice, uno spazio piccolo, pochi elementi. Una miriade di sfumature, che ci proiettano, con qualche insistenza didascalica qua e là, nell’ambivalente rapporto madre-figlia, nel variegato cosmo dell’amore, nei meandri dell’indole femminile.

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L'infinita rabbia del maratoneta

solitudine-maratonetaBRUNA MONACO | Nel 1959 l’autore inglese poco più che trentenne Alan Sillitoe pubblica una raccolta di racconti che l’anno successivo gli vale l’Hawthornden Prize. In quel periodo Sillitoe vive a Maiorca, ma sono gli anni in cui in Inghilterra nascono i giovani arrabbiati, romanzieri, novellieri e drammaturghi appartenenti o vicini ai ceti medio-bassi. Figli di operai, disoccupati, di quel proletariato che se non riesce a soffocare la rabbia in un lavoro faticoso e malpagato, la trasforma in delinquenza. O in letteratura, come nel caso di Sillitoe che pur rifuggendo l’appartenenza ad una categoria letteraria, per temi e caratteristiche stilistiche rientra a pieno titolo negli “Angry Young Man”, accanto a John Osborne, Kingsley Amis, John Braine.
La solitudine del maratoneta è il racconto di cinquanta pagine che dà il titolo all’intera raccolta del ’59. Racconto che nel corso degli anni ha riscosso tanta approvazione da diventare prima un film, firmato e girato da Tony Richardson nel 1962, Gioventù amore e rabbia, ora uno spettacolo teatrale. Protagonista del racconto un giovane delinquentello finito in riformatorio per un furto in un panificio. Il riformatorio in cui capita è però uno di quelli che si vuole all’avanguardia, di quelli in cui si dice di voler davvero offrire una possibilità di riscatto e di riabilitazione ai detenuti. Quale mezzo migliore se non lo sport, che più del lavoro nobilita l’uomo? Perché nello sport la fatica non è fine a se stessa, né mera merce di scambio. Una fatica che subito si trasforma in ricompensa e appagamento, endorfina. E quale sport se non la maratona? Che ti obbliga a un confronto costante e individuale con te stesso, i tuoi limiti. Così al nostro protagonista, fisicamente prestante e abituato a correre per sfuggire alla polizia, il riformatorio e per suo tramite lo Stato, i difensori della legge, chiede di redimersi, allenandosi e vincendo una maratona. Gareggiare per lo Stato, vincere con la maglia del riformatorio dell’Essex, vuol dire passare dalla parte della legge, rinunciare allo status di reietto, rifiutare la rabbia di classe. Ma questa rabbia il nostro protagonista non vuole reprimerla né trasformarla o nobilitarla. Lui è un Angry Young Man e a pochi metri dal traguardo, con un vantaggio di centinaia di metri sugli altri maratoneti, si ferma. Alla sua sconfitta individuale, nel più solitario degli sport, in cui anche mentre sei con gli atri non puoi fare altro che pensare a te stesso (passo, respirazione, ritmo), fa eco la sconfitta collettiva di un sistema statale che cerca di riaggregare la società.
Alan Sillitoe racconta la solitudine del suo maratoneta in prima persona, in un lungo monologo che si apre alle voci di tanti personaggi: il padre, la madre, la sorella, qualche compagno di cella, il direttore del riformatorio entrano nella narrazione con le proprie parole, in discorso diretto. Ma le parole degli altri sono schiacciate dal commento dalla voce del narratore, unico vero protagonista della storia, solo con i suoi ricordi evocati e narrati. Nel suo adattamento scenico Nicola Pistoia decide di dare non solo voce, ma anche corpo ad alcuni dei personaggi che appaiono nella novella di Sillitoe. Alla sorella (Antonella Civale), a un poliziotto, al direttore, a un uomo incontrato per caso che tenta di impiccarsi. Lo stesso protagonista è sdoppiato: l’io narrante (maturo, quarantenne, Alfredo Angelici) e l’io narrato, il protagonista ai tempi del riformatorio (il giovane Dimitri D’Urbano). I due attori entrano ed escono dai panni dei personaggi e in tutta questo muoversi di apparizioni e scomparse l’impressione della solitudine – con tutta la sua carica di rivolta sociale – si perde. Ed è questo il difetto maggiore di uno spettacolo che, al contrario del testo di Silliote, scivola via senza lasciare il segno.
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Il cinema di fantascienza come metafora del sociale e “l’Oblivion” delle idee

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ALESSANDRO MASTANDREA | Il cinema americano degli ultimi decenni è caratterizzato da una tendenza al citazionismo e alla mescolanza di quei generi, un tempo rigidamente divisi, che costituivano l’ossatura portante delle strategie commerciali dei grandi studios.

Poco importa se questa nuova tendenza sia stata determinata dall’influenza del post modernismo, o, più semplicemente, da un banale inaridimento della vena creativa e da strategie di marketing orientate allo sfruttamento. Quel che è certo, è che questo nuovo sangue che ha preso a irrorare il corpus cinematografico holliwoodiano, non sempre è stato in grado di produrre novità di rilievo, nel senso di una sperimentazione di forme e contenuti nuovi.

Sotto quest’ottica, il genere fantascientifico non costituisce un’eccezione. E’ indubbio infatti che già a partire dagli anni ’50 questo genere, sebbene spesso relegato nell’ambito dei b-movie a basso budget, poteva vantare il peculiare primato di riflettere molte delle paure che assillavano la psicologia sociale di un’intera nazione. Posti sotto la lente della metafora, film come “l’invasione degli ultracorpi”(1956, Don Siegel), evocavano la paura del “diverso nascosto in mezzo noi”; dell’anticomunismo o dell’antimaccartismo, a seconda dell’angolo di lettura. Col venir meno delle ideologie, l’autoreferenzialità appare oggi come uno dei pochi sbocchi percorribili dal cinema di sci-fi, e il recente Oblivion ne costituisce dimostrazione esemplare.

Nel 2073 la terra è una enorme landa deserta, devastata da un’invasione aliena e da una guerra da cui la razza umana è uscita vittoriosa, a scapito del pianeta. Jack Harper (Tom Cruise) e sua moglie Victoria (Andrea Riseborough), in apparenza gli ultimi umani che abitano il pianeta, hanno il compito di sorvegliare la rete di droni che proteggono (da sparuti gruppi di alieni ancora presenti) le enormi idrovore che trasformano la poca acqua rimasta sul pianeta in energia da convogliare su Titan – luna di Saturno su cui l’umanità si è trasferita. Non tutto, tuttavia, è come sembra. Il povero Jack è tormentato da una bellissima sconosciuta che gli appare in sogno, quasi si trattasse di un ricordo dimenticato. Ma è quando scopre l’esistenza di un manipolo di umani sopravvissuti, guidati da Malcolm Beech (Morgan Freeman), e quando assiste al rientro sulla terra di una astronave e del suo equipaggio posto in animazione sospesa, che le sue certezze crollano del tutto.

Centoventi milioni di dollari per 135 minuti di fascinazione visiva, nel solco dei blockbuster dalla solida confezione, con pregi e difetti annessi. Questo è Oblivion. Tra i pregi va annoverata la sceneggiatura che prevede ritmi incalzanti e azione a profusione, oltre che tre svolte narrative ben congegnate cui corrispondono altrettanti cambi di ambientazione e di toni, quasi si trattasse di tre film differenti- cui vanno aggiunte le suggestioni visive di cui i tre capitoli sono ricchi. Fantascienza, action movie e ambientazioni post apocalittiche, queste le direttrici su cui si muove il regista Joseph Kosinski. L’intento – ma anche il limite di cui accennavamo – è quello di omaggiare la filmografia di genere. Ma la sua foga citazionista (da “2001 odissea nello spazio”, a “Il pianeta delle scimmie”, a “Occhi bianchi sul pianeta terra” – e se ne possono trovare altri) pare risolversi in un esercizio sterile. Tematiche ben più impegnate vengono nel migliore dei casi sviluppate in modo superficiale, se non addirittura sfiorate (a conferma della distanza che separa la produzione odierna da quella passata). Eppure, di spunti interessanti se ne sarebbero potuti trovare.

Dallo sfruttamento insensato delle risorse naturali, che insegue la chimera della crescita del PIL, al divario – fisico e sociale- tra alto e basso, rappresentato da Jack e Malcom. Tra chi possiede tutto e chi niente. Tra chi abita in lussuosi attici che lambiscono le stelle e che è ammesso per privilegio di censo al consumo degli ultimi ritrovati della tecnologia, e chi invece non possiede nemmeno il diritto alla casa, vivendo un’esistenza misera alla base della piramide sociale, in basso tra gli scarti – anche tecnologici – dei primi. Più in generale, della continua omologazione cui l’umanità è sottoposta (per capire in che termini lo sia Jack, vi consigliamo la visione del film) nella corsa al consumo di beni. L’illusione che il loro possesso ci garantisca anche il controllo delle nostre esistenze, mentre ignoriamo di essere kafkianamente soggetti a una elite ancor superiore. Jack Harper invece, oltre i dubbi funzionali all’intreccio, non pare presentare alcuna di queste ombre. E’ il mito americano del cowboy che veglia sulla grande frontiera, che per tutta la vita ha eseguito gli ordini impartiti, e che nel finale non mancherà di redimersi nell’immancabile happy ending.

In Oblivion, dunque, oltre la forma preponderante, pare manchi un’anima. Quel qualcosa che solleciti le nostre menti e ne giustifichi il ricordo, oltre, naturalmente, ai primi piani di un Tom Cruise il cui ego è definitivamente appagato da un ruolo da protagonista quasi unico: ma solo per il forfait del resto della razza umana.

Tom Cruise…
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e L’invasione degli ultracorpi…
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=ohiZa8hIHKw&w=420&h=315]

Wikipedia può aiutare nei processi decisionali? Il caso Peer Gynt

peer gynt maiale piccoloRENZO FRANCABANDERA | Un uomo dissoluto abbandona figlio e anziana moglie. Il ragazzo viene su un po’ ribelle, prova a fidanzarsi con la bella di paese e, quando scopre che un altro sta per sposarla, irrompe alla festa di matrimonio e la rapisce. La fuga si sposta in un mondo incantato fra troll e altre bestie della fantasia nordica: detta così sa di avventuroso.
Arrivano poi anche altre ragazze a popolare, fra sogni e realtà, le turbolenze del giovane, portandogli vertigini e brufoli. Insomma adolescenza; nel caso specifico quella di Peer Gynt, un Pinocchio dalle pulsioni filosofico/amorose più marcate, le cui vicende Ibsen raccontò in un poemetto di cinque atti, passato alla storia per il commento musicale che alla prima ad Oslo (allora Christiania) ne fece Grieg.

Incuranti del caveat che persino Wikipedia riporta (“Si tratta di un dramma destinato alla lettura, non ad essere rappresentato sul palcoscenico”), in diversi hanno inteso riprendere la sfida del testo, compresi grandissimi del calibro di Bergman e Wilson, e Charlton Heston è stato Peer in un film del 1941.
In Italia ci si arrischia Guido de Monticelli in una produzione dello Stabile di Sardegna: un’indagine sull’adolescenza condotta con un gruppo di creatività giovani chiamate a leggere lo spazio scenico, la musica e ovviamente a sorreggere l’interpretazione.

L’operazione in linea generale non è concettualmente priva di interesse, a maggior ragione perché abbinata ad una tre giorni di studi filosofici sul tema del sé e dell’identità, che vien fuori da un dialogo fra Peer e il re dei troll e che diventa poi il tormentone del poema ibseniano.

Le vicissitudini amorose di Peer (nella storia compare un numero vivace di ragazzine in cerca di amore) sanno avere un sapore shakespeariano da Giulietta e Romeo, e l’impianto narrativo non può non ricordare anche il Sogno di una notte di mezza estate. Dei cinque atti del poemetto, De Monticelli porta in scena i primi tre. Il personaggio principale viene caricato sulle spalle poco più che trentenni di Simone Toni, che porta a casa un buon risultato. Nel ragazzo c’è talento ma ancora devono affinarsi alcuni elementi che la maturità solamente conferisce all’attore, come il gioco sui toni vocali baritonali, trascurati a vantaggio di una resa dal sapore più fisico ed esagitato, e il tema centrale della pausa nella recitazione. Su questo rimandiamo all’interpretazione più esperta di Cesare Saliu (nella parte del re dei troll) che proprio dall’appoggiare le parole, dal creare pause fisiche e retoriche, sa generare aspettativa, atmosfera, nel potente episodio dell’uno contro tutti di Peer fra i troll. Bene, fra gli attori dello Stabile, Lia Careddu nella parte della madre e fra i giovani piace l’irriverente potenziale di Elisabetta Spaggiari.
In scena anche i giovani musicisti del Conservatorio di Musica Pierluigi da Palestrina che soprattutto nella parte di accompagnamento percussivo con strumenti di risulta riescono a creare spessori sonori interessanti (meno ispirate le riletture dei classici per orchestrina).
Restiamo poco convinti dal progetto visivo/scenico degli studenti della Facoltà di Ingegneria e Architettura – Sezione Architettura dell’Università di Cagliari.
Il loro universo di materiali da discarica, che all’inizio dello spettacolo è coperto da teli bianchi quasi a formare piccoli iceberg in un fiordo (e questa idea non è male), in realtà risulta con l’andare dello spettacolo concettualmente autocentrato, non profondamente in dialogo con le dinamiche del palco, che finisce per condizionare troppo rigidamente.
La struttura, una pedana ascendente di forma ad U che sale dall’anteriore al fondo del palcoscenico, viene un po’ goffamente mascherata da una discarica post industriale di gomme d’auto e lamiere quasi in primo piano che, più che coprire al pubblico l’impalcatura (sempre valido il rimando a Kantor sulla visibilità dell’artificio scenico) finisce per inibire allo sguardo buona parte del palco, costringendo poi a innaturali movimenti laterali, ad un andirivieni che invece che dare l’idea delle fratture spazio/temporali, crea una certa entropica inquietudine. Il movimento scenico cui costringe gli interpreti risulta quindi poco ordinato e non aiuta a comprendere il già di per sé non agevole adattamento drammaturgico.
D’altronde sempre Wikipedia mette in guardia: “Le difficoltà dovute ai rapidi e frequenti cambi di scena lo rendono comunque di difficile rappresentazione”. De Monticelli, uomo riflessivo e di letture robuste, giustamente non legge i riassunti di Peer Gynt in rete, si ciba degli originali. Anche se, in questo caso, a buttare un occhio all’enciclopedia digitale, non sbagliava…

Qui un dietro le quinte dello spettacolo
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=c77fVaQoM78]

Mondocane#5 – Girati Lara. Per una volta sorprendimi.

girati laraMARAT | A parte le marchette. Che quelle sono altra cosa. Ci sono due categorie di critiche che mi danno noia: le logorroiche e i riassuntini (para)scolastici. Le prime sono lo sfogo verbale di un ego smisurato o minuscolo, a seconda dei casi. È vizio tipico del web. E ti rintrona talmente che rimpiangi le battute contate ai decimali dei quotidiani cartacei. Le logiche redazionali. Quelle che ti bruciano una recensione per presentare il musical al Teatro della Luna. Cose così. Eppure quasi le preferisci. Del tipo: mi sveglio, alzo un po’ la tapparella per fare entrare un filo di luce, getto un occhio alle piante sul balcone e mi preparo il caffè. Fino a qui tutto bene. Ma si sa, il problema non è la caduta ma l’atterraggio. Ovvero la lettura di siti e giornali.
Così segui speranzoso il link di una recensione e improvvisamente ti ritrovi in un mondo logorroico, che neanche certe ragazze al primo appuntamento. E non cambia nulla che si parli di Peter Brook o della filodrammatica di Corsico. Sempre dovrai fare i conti con un post lungo così. Dove i riferimenti muovono da Wittgenstein ai manga giapponesi, gettano lì un film visto in solitaria insieme a Enrico Ghezzi, si riallacciano a un’installazione d’arte contemporanea incrociata a Bucarest da sbronzi, concludono citando band indie rigorosamente sotto le 1000 copie. Che altrimenti si sono venduti al mercato.
Io arrivo alla quinta riga. Poi passo al video del vichingo che balla nudo in un rave. O ai cartacei. Dove hanno la gentilezza di utilizzare tre quarti dello spazio per raccontarmi la trama di Amleto. O chi per lui. Che sai, magari questa volta finisce bene. Come quando ti capita di rivedere la finale di Istanbul, fra Milan e Liverpool. Ma Sheva spara sempre contro il portiere a porta vuota. E Lara non si gira mai in tempo per riveder Zivago.
Però nei riassuntini scopri meraviglie. Come poco tempo fa, dove leggo che Giorni felici è un inno alla vita. Merdre!, non avevo capito niente. Non avevo capito che Godot è un’incompresa festa in costume o che l’Elvira di Fassbinder in realtà è una felice drag dell’underground tedesco, cui il finale non rende giustizia. E Sarah Kane? Un’entusiasta narratrice dalla luminosa scrittura. Non si finisce mai di imparare.

La magia immortale di Giselle

Giselle - Roberto Bolle - Ph Marco Brescia Teatro alla Scala  532516MBDGANTONELLA POLI | “Non conosco altro balletto in cui la danza sia capace di regalare in maniera così perfetta l’illusione di una narrazione drammatica…La danza non è un esercizio acrobatico, ma è del tutto espressivo: l’azione si traduce unicamente in gesti danzati e acquisisce una forza, un’intensità d’emozione raramente ineguagliabili”, così scrive Serge Lifar nel 1942 a proposito di Giselle.

E il maestro russo non avrebbe potuto esprimersi meglio a riguardo, dato che questo balletto rappresenta ancora oggi una pietra miliare del balletto classico per diversi motivi.

Uno dei più importanti è senz’altro legato al fatto che l’argomento del balletto trova le sue radici in alcuni esempi della letteratura romantica. Il testo base è senz’altro un articolo di Heine apparso nel 1833 nel giornale l’Europe Litté, in cui lo scrittore tedesco si soffermava nel ricordare come gli uomini, al pari dei loro antenati, erano in un certo senso ancora rimasti attaccati ai valori più agresti, alla natura con tutti i suoi elementi primari: le pietre, gli alberi, la terra. E poco più avanti faceva riferimento ad una leggenda austriaca con origini slave: la storia delle Willi, danzatrici notturne, tutte fidanzate, che erano morte però il giorno prima delle loro nozze. Nemmeno nelle loro tombe potevano trovare pace, il loro desiderio di ballare, il loro amore per il ballo le spingeva ad uscire dalle tombe di notte e poveri i giovani che incontravano, venivano costretti a ballare sino alla morte.

Ma il fatto che le giovani venivano private della loro gioia di vivere in modo prematuro, riconduce ad un bel poema di Goethe, La fiancé de Corinthe, la cui storia ha origine nella mitologia greca. Ma si può anche far riferimento a un’opera di Victor Hugo intitolata Fantomes (Les Orientales, 1828), che racconta la storia di una fanciulla spagnola che muore a causa della sua passione eccessiva per la danza. Si crede infatti che proprio il suo primo verso, “Ella amva troppo il ballo e questo è quello che l’ha uccisa”, insieme all’articolo di Heine di cui abbiamo già parlato, abbiano ispirato il poeta francese Théophile Gautier alla creazione del balletto; per questo la sua paternità è rimasta intatta nel corso dei secoli.

Tuttavia, anche il tema dell’amore che rivive al di là della morte è antico. Un esempio fra tutti ci viene dal mito di Orfeo e Euridice; un’ulteriore testimonianza che, nel corso dei secoli, il tema dell’amore legato a quella della morte sono stati senza dubbio al centro degli interrogativi umani sui propri sentimenti e sulle proprie emozioni. Si tratta quindi di un archetipo, ed è anche per questo che il balletto conserva tuttora il suo fascino.

Soprattutto grazie anche alla sua tensione drammatica che si mantiene inalterata dall’inizio alla fine nel corso dei due atti; la musica di Adam accompagna dolcemente la triste storia ed è perfettamente calibrata con la coreografia e con lo svolgersi della trama stessa.

Un perfetto equilibrio quindi, in cui la coreografia presenta come elemento predominante ed emblematico la figura dell’arabesque, simbolo in tutto il balletto dell’immaterialità, che fa apparire Giselle in tutto il suo essere “spirito”, senza peso, e libera di fluttuare così nelle braccia del principe Albrecht. L’arabesque caratterizza la figura delle Willi, la sua corporeità eterea: come non ricordare qui l’avanzare meraviglioso del secondo atto in cui gli spiriti bianchi, incrociandosi, glissano via via sul palcoscenico inanellando l’una dopo l’altra una serie di arabesques. E dalla stessa arabesque “le anime danzanti” traggono lo slancio vitale per staccarsi dal suolo nelle sequenze di sisonne fermé in diagonale e di grand jeté.

Inoltre questo dell’immaterialità, è un altro carattere legato alla “leggerezza”, altra categoria che tanto piaceva all’estetica romantica, non per sfidare banalmente la materialità tipica dell’essere umano, ma per riuscire a penetrare di più e mettere in evidenza l’aspetto più spirituale dell’animo umano, anelito rappresentato in scena ricorrendo talvolta a personaggi o espedienti fantastici.

Nei teatri si adottarono dei mezzi tecnici, sorprendenti per l’epoca, proprio per cercare di riprodurre quest’atmosfera in cui le danzatrici sembravano volare grazie a degli appositi macchinari, e il palcoscenico era reso etereo e misterioso grazie a dei gas che venivano sparsi in scena.

Giselle-Svetlana Zakharova ph Marco Brescia Teatro alla Scala 470346MBNLa Sylphide, « le ballet blanc » per eccellenza è stato senz’altro il primo e ha segnato in un certo senso le successive produzioni ballettistiche in cui il senso dell’immaterialità divenne caratteristica peculiare incarnandone anche l’ideale romantico. Inoltre attraverso la danza, si riusciva così a superare la dicotomia “religiosa” tra spirito e corpo, questa rottura che trovava il suo sugello nella realizzazione del desiderio amoroso. La creazione coreografica trovava, dunque, una propria vocazione, che le attribuiva anche in un certo senso la sua finalità. E di tutto ciò sempre lo stesso Gautier ne fu fermamente convinto, anche perché trovò nella danzatrice Carlotta Grisi la sua musa ispiratrice. Sia chiaro che in ogni caso sarebbe un errore pensare che la fonte originaria di Giselle sia stata anche la Sylphide, benché i temi in comune siano parecchi. Sulle fonti del balletto ne abbiamo già discusso. E veniamo alla Giselle, ripresa da Yvette Chauviré e messa in scena al Teatro alla Scala di Milano a partire dal 26 Aprile. La coppia oramai consolidata Zakharova-Bolle ha ancora una volta mostrato tutta la loro perfezione, sia tecnica che artistica. I due danzatori fanno oramai coppia fissa nel teatro scaligero e questo permette loro di danzare all’unisono, e di interpretare i personaggi del balletto classico con grande maestria. La bellezza dei gesti splende sul palcoscenico, la loro sintonia fa vivere realmente la storia d’amore e di tradimento tra Giselle e Albrecht. Il corpo della Zakharova scompare nell’esecuzione delle infinite arabesques, Roberto Bolle l’accompagna, con tutta la sua sensibilità e la padronanza del ruolo. Ma il successo di questa ripresa lo si deve anche agli altri protagonisti, alcuni più noti altri meno. Mick Zeni, garantisce con tutta la sua teatralità, la riuscita del personaggio di Hilarion, la giovane Vittoria Valerio con il primo ballerino Antonino Sutera danno vita a un bel pas des deux nel primo atto, perfetti nella loro variazione. Virna Toppi é Myrtha, la regina delle Willi. La ballerina, che ricordiamo fa ancora parte del Corpo di Ballo e che aveva esordito nel personaggio di Raymonda nel mese di ottobre 2012, conferma di avere buone qualità, anche se nei primi momenti in scena esita, apparendo quasi intimorita dal ruolo che veste. Questo lo si nota soprattutto nell’esecuzione di quella quinta serré pointé; ma in seguito si riprende ammirandola nella serie dei grand jeté e nella capacità di affermare tutto il suo potere sulle Willi. Quest’anno nel ruolo di Giselle, si alterneranno Petra Conti e l’esordiente Lusymay Di Stefano, promesse del Teatro alla Scala.

A più di un secolo e mezzo dalla sua prima rappresentazione Giselle, si conferma ancor oggi un balletto che va al di là di tutte le epoche, apparendo sempre in tutta la sua freschezza e la sua tragedia del primo atto cosí come in tutta la sua allure fantastica e spirituale del secondo. La figura femminile di Giselle incarna la donna fragile e innamorata ma nello stesso tempo forte, capace di salvare il suo amante dalla morte imponendosi sull’autorità di Mirtha. Questa puó essere una delle chiavi di lettura moderna di questo “classico” che già in passato era stato ripreso da Mats Ek o da Sylvie Guillem. Jean Coralli e Jules Perrot primi coreografi di quest’opera non avrebbero forse mai immaginato che la loro Giselle avebbe potuto sopravvivere cosi per tanto tempo. La magia delle “anime bianche” ferite nel loro sentimento d’amore si perpetua nel tempo, come se i loro spiriti, continuassero veramente a danzare in eterno, indomiti di fronte al loro dramma d’amore.

Link :
http://www.teatroallascala.org/it/stagione/opera-balletto/2012-2013/giselle_cnt_21246.html http://www.teatroallascala.org/it/stagione/opera-balletto/2012-2013/giselle_cnt_21246_video_1.html

In armatura o in costume, la crisi dell’eroe e la salvezza del cinema

why-cant-tony-sleep--650-75ALESSANDRO GUALANDRIS | Nel 1989 Tim Burton, con il suo Batman, aprì la strada della celluloide agli eroi di carta, creando un perfetto connubio tra cinema e fumetto. Da allora molti film con uomini in calzamaglia si sono susseguiti con differenti esiti. E’ curioso notare come l’ultimo Batman, “Il cavaliere Oscuro Il ritorno”, abbia nuovamente segnato un nuovo approccio per questi film.

Iron Man 3, uscito nelle sale il 24 aprile, nonostante la vena comica accentuata da Shane Black, nasconde sotto la maschera del suo indiscusso protagonista, i dolori e le crisi dell’uomo moderno, come già il film di Nolan ci mostrava. Entrambi i lungometraggi analizzano la caduta psicologica del loro eroe, spogliandolo del costume/armatura e portandolo all’origine del loro essere uomo. Tony Stark, affetto da crisi di panico e costretto a isolarsi per riacquistare quella sicurezza in sé stesso persa dopo gli eventi narrati in The Avengers, è riportato a carne e non più macchina.

Il livello di simbiosi con la sua armatura non è più gestibile, tanto che in questo terzo capitolo ci sono tantissime versioni della stessa e più di un personaggio la indossa durante il film: l’arma diventa una semplice struttura di metallo che chiunque sembra poter indossare. Al di là della possibile polemica legata alla facilità con cui in America si possa avere una pistola o un fucile, è necessario sottolineare l’analisi sull’uomo e sul suo reale potenziale. Per questo il film segna una nuova linea narrativa all’interno del percorso che la Marvel vuole intraprendere, con la famosa Fase 2 cinematografica.

Questa scelta ripercorre molto lo stile delle testate a fumetti, dove per sferzare le normali serie regolari, si creano eventi annuali nei quali diversi eroi si trovano a dover affrontare crisi globali che cambieranno, poi, il normale corso degli eventi e della loro vita. Il ruolo che hanno nel cinema, queste trasposizioni da carta, è quello di creare una nuova continuità, staccata dai comics, ma sempre molto dipendente da logiche narrative ben rodate.

christian-bale-bruce-wayneL’uomo moderno si riconosce di più in super eroi con crisi poco metafisiche, piuttosto che in super eroi senza macchia né paura. Citavamo all’inizio il Batman di Nolan: anche lui prima di riprendere il suo costume dovrà compiere una vera e proprio rinascita, al pari di Tony Stark e al pari di molti normali americani schiacciati dalla crisi. Il finale, in entrambi i casi, vede due uomini che si riappropriano del loro io e scelgono l’essere umano invece dell’eroe, anche se la battuta di Stark finale è pur sempre “Io sono Iron Man”.

E’ chiaro, quindi, come in un periodo di forte crisi cinematografica, sia d’incassi che di sceneggiatura, Dc e Marvel abbiano trovato il modo di crearsi un’isola felice dove poter rinnovare e sperimentare nuove trame, senza mancare di rispetto ai propri paladini. Donando quel lato umano che spesso è accantonato in una storia mensile in favore dell’intrattenimento puro.

Che sia il cinema, quindi, l’ultimo innocente salvato da questi super eroi?

Vi lasciamo con un trailer di un film molto atteso, soprattutto dopo la debacle del Superman di Synger, Man of Steel di Zack Snyder, in sala da giugno.

E’ un uccello, è un aereo, è Superman …speriamo!

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Marsiglia capitale portuale

ELENA SCOLARI | marseilleUn Pastis, s’il vous-plait! Per entrare immediatamente nell’atmosfera marsigliese è indispensabile sedersi ad un tavolino del vecchio porto e sorseggiare un Pastis. Noi l’abbiamo fatto e ci siamo presi del tempo per osservare il cuore della città, per guardare la gente, per sentire le voci e i rumori del porto.

Di fronte a noi centinaia di barche ormeggiate, migliaia di alberi formano una fitta foresta sempre pronta a salpare e le manovre dei piccoli pescherecci che rientrano dall’uscita in mare hanno ancora il fascino che ci immaginavamo.

Marsiglia è cresciuta e vissuta intorno all’attività marittima e al commercio via acqua, città operosa e sede di scambi internazionali è da tempo abituata ad accogliere stranieri, un esempio di melting pot culturale declinato nella cucina, nella musica, nella lingua.

Capitale europea della cultura 2013 insieme alla regione Provenza, Marsiglia si mostra in grande trasformazione urbanistica: alcune tra le maggiori archistar a livello mondiale hanno prestato il loro genio a numerosi nuovi edifici, molti ancora in costruzione, destinati a diventare musei, grattacieli a scopo residenziale e commerciale. Stefano Boeri, il giapponese Kengo Kuma, Norman Foster, Jean Nouvel hanno progettato La ville mediterranée, spazio multifunzionale dedicato al dialogo culturale nel Mediterraneo, il bellissimo Frac – Fondo Regionale per l’Arte Contemporanea, una zona pedonale nuova all’interno del Vieux Port costituita da un’area coperta da una tettoia a specchio che riflette con un effetto stupefacente autobus e palazzi a testa in giù, altri cantieri daranno vita a immobili che otterranno lo scopo di spostare il fuoco dell’attenzione turistica su quartieri della città finora poco visitati.

Il fulcro delle manifestazioni sarà a Giugno, quando è anche previsto che gli edifici siano ultimati e funzionanti. Già da alcuni mesi sono però sparse in tutta Marsiglia mostre, performance, concerti di grande interesse. Il Museo Cantini ospita una retrospettiva dedicata al surrealista cileno Sebastian Matta, concentrata sulle opere più politiche dell’artista, fortemente connotate da un’ideologia rigida e profondamente anticapitalista.

Una nota particolare merita l’esposizione Mediterranée, visibile allo spazio J1, uno dei magazzini riattati nella zona dei docks. La mostra ripercorre la storia delle civiltà e delle città affacciate sul mare Mediterraneo, dalla fenicia Tiro all’Atene di Pericle, a Tunisi, Algeri, Tripoli, Genova per arrivare a Marsiglia. Un percorso tra container all’interno dei quali si trovano reperti preziosissimi come statue greche e romane, bassorilievi, quadri, manoscritti antichi, modellini d’imbarcazioni, sempre uniti ad animazioni video di alto livello, giocose e ricche di informazioni. C’è molto da imparare sugli allestimenti interattivi che in Italia ancora stentano ad attecchire.

Tra gli immancabili negozi di saponi e romantici brocantages, Marsiglia la portuale ambisce a diventare fulcro culturale vivace e propositivo, sfruttando le potenzialità di un luogo aperto alla contaminazione e storicamente caratterizzato dal mix di tradizioni diverse.

Per salutare la città dedichiamo un ultimo passaggio alla leggendaria Maison du Pastis, che garantisce al turista una sosta dove fare scorta del tipico liquore all’anice. Potremo sentirci un po’ marinai anche a casa, comme à Marseille.